due chiacchiere

La testa degli italiani

Quando ho preparato le valigie nove mesi fa per andarmene dal Belpaese e da tutte le sue contraddizioni, non ho dimenticato di includere qualche libro che mi ricordasse le mie origini. Come La testa degli Italiani di Beppe Severgnini: una guida ragionata fatta ad uso di un ipotetico turista straniero che decide di visitare l’Italia. Un viaggio dall’aeroporto ai centri commerciali, dall’albergo alla campagna toscana. La lettura è molto scorrevole e veloce, e sicuramente acquista un altro gusto se fatta quando ci si trova all’estero. Perché in fondo i tanti piccoli difetti che gli altri Paesi non hanno, un po’ ci mancano e ci fanno sorridere.

Negozio di calzature, zona Brera. La signora entra per acquistare un paio di scarpe. La commessa non le viene incontro: appoggiata alla cassa, osserva. Poi saluta. Ma è un grugnito così poco amichevole che la cliente pensa “Questa ragazza ha problemi di stomaco”

La signora prova alcuni modelli; al quarto la commessa dà segni di impazienza. “Le sto facendo perdere tempo” pensa la cliente; e si sente in colpa. Dopo quindici minuti di prove, è intimidita; dopo mezz’ora – piedi stanchi, scatole vuote sul pavimento – gli occhi della commessa mandano lampi. La cliente cerca una via di fuga: non ce n’è. Nel momento in cui indosserà le scarpe con cui è entrata, la verità verrà a galla: non acquisterà niente. La signora decide, quindi, di mentire. Con un filo di voce mormora “Ripasserò, devo parlarne con mio marito”, mentre la commessa la fissa, impietosa. Da anni sente dire “Ripasserò” ma non è mai ripassato nessuno. La ragazza è irritata, e lo dà a vedere. Non crede che la signora cercasse veramente un paio di scarpe; forse voleva solo ingannare il tempo.

Mentre si dirige verso la porta, la cliente è confusa e preoccupata: per un attimo teme di venire aggredita alle spalle. Fuori in strada pensa “Avrei comprato un paio di scarpe se quella ragazza fosse stata più gentile; in fondo quei mocassini non erano male” ma non ha il coraggio di rientrare. La commessa, nel frattempo, è tornata vicino alla cassa, e si studia le unghie. Improvvisamente sorride “Di’ un po’” chiede alla collega “non ti faceva pena, quella donna? Secondo me, una così manda avanti un’industria, eppure non ha il coraggio di dirmi che non ha trovato le scarpe che voleva. Io avrei capito, no?” Pensate invece a quello che accadrebbe negli Stati Uniti. Negozio di calzature, un qualunque centro commerciale nei dintorni di una grande città. La stessa signora milanese entra per acquistare un paio di scarpe. La commessa le viene incontro radiosa, e saluta “Hi, how are you today?” (Buonasera, come va?). Sembra talmente affettuosa che l’italiana pensa di averla già incontrata da qualche parte.

La commessa invita la cliente ad accomodarsi; parla del tempo e scherza. La cliente prova venti paia di scarpe, poi altre dieci. La commessa non si scompone. Propone nuovi modelli, e si sforza di sorridere. Dopo mezz’ora la cliente conclude che non c’è niente che le piaccia: un po’ imbarazzata, dà segni di volersene andare. La commessa non sembra contrariata. Piuttosto, dispiaciuta. Dice “Credo sia un peccato che non abbia trovato quello che cercava, signora. Comunque non si preoccupi, e torni a trovarci” salutando la signora sulla porta con “Have a nice day!” La signora è confusa: per un attimo pensa che vorrebbe una figlia così. “Forse avrei dovuto comprare qualcosa; in fondo quei mocassini non erano male” Dieci minuti più tardi, rientra. La commessa l’aspetta al varco: “Welcome back!” dice sempre radiosa. La cliente esce dal negozio reggendo un sacchetto con le scarpe nuove e s’allontana. La commessa, a quel punto, smette di sorridere. Si gira, e dice alla collega “Tracy, hai visto che rompiscatole, quell’italiana? Ma gliele ho rifilate, le maledette scarpe. Sono o non sono grande?”

Commenti

  1. Piero_TM_R ha scritto:

    Io li chiamo bottegai, ne conosco molti, concentrati nel quartiere in cui abito. Fanno come gli pare e tutto gli è dovuto! Infatti alcuni hanno chiuso!

  2. camu ha scritto:

    @Piero: già, capisco benissimo a cosa ti riferisci. Anche io li ricordo molto bene, e se devo essere sincero, non mi mancano per nulla! Qui il rispetto e l’attenzione per il cliente (anche quello più rompiscatole) è sacrosanto, semplicemente perché come insegna Severgnini nel suo libro, quello che conta alla fine è il business. In altre parole, la commessa sa che se non vuol far fallire il negozio, e beccare uno stipendio buono alla fine del mese, deve essere gentile con i clienti 🙂 Ti garantisco che qui ci sanno davvero fare in questo senso!

  3. Hoshimem ha scritto:

    Ciao,

    io soffro molto quando torno giù al sud (vivo nel nord-est da quasi 4 anni) e anche il “Buongiorno” o chiederti se vuoi un sacchetto per la spesa non sono all’ordine del giorno.
    In Veneto ancora ancora non ce la passiamo male, in Liguria invece ricordo una estrema cordialità di tutti i commessi…

    E il mio cuore si rattrista…

  4. Piero_TM_R ha scritto:

    @Hoshimem: 😯 hai trovato dei commessi gentili in Liguria? Io vivo a Genova e non sempre se ne trovano, per non parlare dei proprietari dei negozi! Sei stata fortunata! 😉
    Comunque sarà che io sono tendenzialmente gentile e non sono un commesso, però l’educazione prima di tutto!

  5. burberry ha scritto:

    E se al cliente puzzano i piedi, che fai? Continui a sorridergli imperterrita o ti giri schifata tappandoti il naso? 😀

  6. camu ha scritto:

    @burberry: qui sono molto stoici, continuerebbero a sorriderti e far finta di niente. Ma tu ogni quanto te li lavi i piedi, scusa? 🙂

  7. jgor ha scritto:

    Io a dire il vero ho conosciuto una situazione simile in Francia. Nessuno ci filava e quando entravamo (io e la mia ragazza) con il mio inglese stentato loro ci rispondevano in francese. GRRRR che rabbia!!!! Da allora ho deciso, ho finito la vacanza parlando solo italiano. Ho comprato un paio di cartoline, mentre i souvenir li ho fatti arrivare dall’italia. Un borghetto ligure molto carino. La signora di un negozio c’è l’ha perfino riaperto per accontentarci.
    Secondo me sono le persone di città che tendono a stressarsi e comunque io auguro buona giornata e buon lavoro in ogni ufficio che entro. ^_^

    PS Camu sul campo “email” c’e’ il tag in bella evidenza. Manca forse un “!” ?
    Ciao

  8. camu ha scritto:

    @jgor: concordo sulle persone “di città” che si stressano più del dovuto. Infatti l’esempio tratto dal libro di Severgnini, parla proprio di grossi centri 🙂 Riguardo al tag, l’ho corretto grazie. Volevo solo spostare il box da spuntare per ricevere i commenti in una posizione più evidente!

  9. Emanuele ha scritto:

    Secondo me tutto il mondo è paese. E sono convinto che situazioni simili (sia alla prima che alla seconda) possano capitare ovunque. Di persone squisite e cordiali se ne incontrano anche nei negozi in Italia. Non m’è piaciuto questo post, sembra fare fin troppo qualunquismo. Quasi come se l’Italia fosse questa.
    Non credo che sia solo una situazione del sud, le persone (e le commesse) più o meno cordiali esistono, ed esisteranno, sempre e ovunque. Dipende solo dall’amore che hai per il tuo lavoro!
    Ciao,
    Emanuele

  10. camu ha scritto:

    @Emanuele: in effetti questo post (che appositamente ho messo in biblioteca) voleva essere un suggerimento a leggere il libro di Severgnini, a prescindere da come si comportano le commesse nel mondo. Si tratta di un libro divertente, in cui si analizzano pregi e difetti del popolo italico visto “da fuori” con un occhio critico e divertente. Comunque le parole riportate sono le sue, non le mie 🙂 Quindi se qualcuno ha “peccato” di qualunquismo, questo è Severgnini… io non ho mai detto che le cose stanno così dappertutto: è pur vero che nella mia esperienza in Italia ed all’estero, il racconto di Beppe calza più o meno a pennello. Nella mia esperienza, ripeto. Forse perché in Italia vivevo in una grande città?

  11. Emanuele ha scritto:

    Si son parole sue, però non trasudava nessun distaccamento da parte tua. Anch’io vivo in una grande città e… dipende dove vado, trovo sia l’una che l’altra commessa!
    Tutto il mondo è paese! 😛
    Ciao,
    Emanuele

  12. emanuele ha scritto:

    @Emanuele: Anche se mi scoccia ammetterlo, anche qui in America trovi commercianti e commercianti. Le due tipologie sono: gentili perche’ sono gentili, gentili perche’ devo essere gentili. E il devono e’ relativo al rapporto commerciale, al rapporto con la gente. Se non sei gentile, vado a comprare da un altra parte e tu fallisci.
    Mi spiace ammetterlo ma in Italia questo non sempre capita. Magari piu’ veri ma spesso incapaci di gestire una relazione con il pubblico.

    Risposte al commento di emanuele

    1. camu ha scritto:

      @Emanuele II (fa molto regale eheh): concordo con te. In fondo tutti sappiamo che spesso non sono gentili per natura, ma per “business” e non ci vedo nulla di male. La commessa non è certo una mia amica, non passo con lei il sabato sera al bar, quindi non vedo perché dovrebbe essere gentile “a prescindere”, lo fa perché quello è il suo mestiere. Quando stavo in Italia, invece, molte commesse se la tiravano alla grande, specialmente nei grandi negozi (Benetton, Zara, ecc) in cui la cosa diventava ancora più impersonale. Qui almeno si sforzano sul serio di fare del loro meglio! Una domanda per Emanuele Pixel: ma quelle gentili le conosci personalmente? 🙂 Perché in quel caso non vale…

  13. Emanuele ha scritto:

    Ovvio che no camu… altrimenti la storia sarebbe diversa. Semplicemente, la gente ospitale o meno, è un po’ ovunque sparsa nel mondo! 😉
    Ciao,
    Emanuele

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