due chiacchiere

Anche io festeggio il centesimo

In questi giorni ho pensato varie volte a cosa “dedicare” il mio centesimo articolo (questo che stai leggendo), senza però trovare un tema adatto. Visto che però, quasi casualmente, siamo “nei pressi” dell’otto marzo, allora lo dedicherò alle donne, ed in particolare a quelle a cui voglio bene e che tanto mi hanno dato in momenti “difficili” , e moltissimo continuano a darmi ancora oggi. Ma non è una celebrazione fine a se stessa che vorrei scrivere, quanto piuttosto un ringraziamento e una riflessione.

Il grazie va innanzitutto a colei che, nel bene o nel male, mi sopporta quotidianamente, nel mio essere un po’ “camurriusu”. Già, forse dopo cento articoli, è arrivato il momento di spiegarti un attimo da dove viene il mio nickname e soprattutto cosa significa. In siciliano, la “camurria” è una scocciatura; è qualcosa di sgradevole, oppure una persona petulante che insiste su un argomento, e sa come rendersi insopportabile. Ad esempio, “mettersi a camurria” per ottenere una cosa, vuol dire appunto insistere in maniera seccante, magari con un tono irritante e mellifluo allo stesso tempo.

Bene, nella mia natura c’è a volte questo atteggiamento. E colei che mi sopporta lo sa molto bene, eh eh. Per questo l’ho scelto come soprannome sul mio blog, forse ad indicare che anche in rete, se voglio so essere seccante ed irritante. Ma spero di non avere solo difetti… questo lo possono dire le persone che mi conoscono, anche attraverso questo piccolo angolo di rete. Uno dei pregi che mi riconosco da solo, è quello di saper ascoltare, probabilmente grazie pure ai recenti corsi di “Tecniche della comunicazione” che ho seguito proprio per migliorare in questo frangente.

Un altro difetto, invece, è quello di saltare di palo in frasca (si vede?), il mio professore di Italiano alle medie (ed anche quello delle superiori) me lo diceva sempre. Un vizio che, credo, non perderò mai. Neppure frequentando i corsi appositi. Ma tornando al tema di apertura, un grazie va anche ad una mia amica che in tanti anni mi ha insegnato un sacco di cose, non solo pratiche, ma soprattutto a livello interiore. In tempi “remoti” sono cresciuto e ho capito dove è il senso delle cose più semplici, di una lettera di carta, di un numero di telefono scambiato in un simpatico scambio epistolare, cifra dopo cifra.

La riflessione con cui concludo riguarda invece “la festa della donna”: ho voluto mettere le virgolette apposta perché a me non piace che vi sia una festa solo un giorno. Le donne vanno festeggiate 365 giorni all’anno. E non vorrei scadere nella banalità dicendo questa cosa: il bilanciamento tra i due sessi è molto importante, e spesso lo trascuriamo, presi come siamo dal nostro arrivismo. Le donne sgomitano per farsi spazio nella società “che conta”, e gli uomini quando possono, si arrogano il diritto di farne oggetti, oggetti del desiderio.

La televisione è piena di cosce, tette, culi e ammiccamenti. Ma più che uno spettacolo sensuale, è quasi una “macelleria umana” in cui si mettono in bella mostra pezzi di carne, brandelli di una sessualità che oramai si riduce a poco. E che ci fanno “festeggiare” la donna solo una volta, e già il nove marzo si torna come prima. Con la mimosa sul tavolo della collega che già inizia ad ammosciarsi, forse a ricordarci che si è trattato di un semplice “gesto di cortesia”, da fare quasi senza pensarci, giusto perché “si usa”.

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