due chiacchiere

Il rapporto del Censis per il 2023

Uno degli appuntamenti tradizionali di questo blog, che si ripete da tempo immemore, sono le mie riflessioni a margine del Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese pubblicato dal Censis. Quest’anno ho deciso di fare una cosa un po’ diversa, estrapolando l’intervista fatta da Alessandro Milan in una recente puntata della sua trasmissione al direttore generale di quest’istituto, Massimiliano Valerii (no, le due i non sono un refuso). Lo studio, per chi non lo conoscesse, fornisce uno spaccato decisamente interessante sulla società italiana. Quest’anno la parola chiave sembra essere sonnambuli: per gli italiani tutto è emergenza, dunque, alla fine, nulla lo è veramente. L’84% degli italiani è impaurito dal clima impazzito, il 73,4% teme per il futuro del Paese per i suoi problemi strutturali, il 73% è convinto che per via degli sconvolgimenti globali arriveranno in Italia sempre più migranti e non sapremo come gestirli. Ma ancora: il 53% teme il collasso finanziario dello Stato, il 60% ha paura dell’esplosione di un conflitto globale e il 50% è convinto che non abbiamo abbastanza difese contro il terrorismo. Eppure, nessuno riesce a reagire in maniera vigorosa, come invece accade altrove nel mondo.

Una cosa che mi ha preoccupato leggendo la sintesi del rapporto (quello completo è disponibile solo a pagamento), è l’impatto sulla scuola e l’educazione dei giovani. Leggo spesso critiche al modello formativo americano, che sembrerebbe sfornare giovani diplomati e laureati con una preparazione fortemente inadeguata al mondo del lavoro. Ma stando a quanto riportato dal Censis, l’Italia non sembra essere messa molto meglio, e la scuola è troppo distante dal mondo del lavoro. Nei prossimi anni ci sarà un fabbisogno inevaso di almeno 8.700 persone con formazione terziaria ogni anno. Io me ne sono accorto quest’estate, quando siamo venuti in vacanza in Sicilia, chiacchierando con amici e parenti. La scuola, pur con tutte le innovazioni introdotte in questi anni, ancora arranca ed è abbarbicata su una formazione spesso troppo teorica (greco e latino, anyone?) a discapito della pratica. Un fronte sul quale spero il governo in carica interverrà al più presto.

Eccoti intanto cos’ha detto Valerii ai microfoni di Radio 24.

Sì, i lettori del rapporto annuale Censis sono abituati a delle formule di sintesi, che in qualche modo facciano l’identità di periodo della società italiana. Quest’anno i sonnambuli sono … apparentemente vigili, ma incapaci di vedere, in qualche modo ciechi di fronte ai presagi. Ci sono dei fenomeni, dei processi sociali ed economici, che sono largamente prevedibili in quelli che saranno i loro effetti, ma rispetto ai quali non si prendono delle decisioni utili, efficaci. Il caso emblematico è la profonda, radicale transizione demografica che il Paese sta vivendo. Se io dico che di qui al 2050, cioè fra meno di 30 anni, un tempo brevissimo, l’Italia avrà una riduzione della popolazione di 4 milioni e mezzo di abitanti, significa che, come se le due principali città italiane, Roma e Milano, insieme scomparissero nel giro di pochissimo tempo. Ma soprattutto avremo quasi 8 milioni di persone in età attiva lavorativa in meno. Voi capite che impatto avrà questo sulla nostra capacità produttiva di generare valore, di redistribuire la ricchezza. Problemi in termini di sostenibilità dell’ingente debito pubblico. Problemi per la sostenibilità finanziaria della spesa sociale. Pensioni, sanità, assistenza.

Eppure questa questione demografica è stata a lungo rimossa, trascurata, sottovalutata, oppure affrontata con un certo fatalismo. Quando si dice “beh, l’inverno demografico, le culle vuote è un problema che riguarda tutte le opulenti società occidentali” cosa che invece non è vero. In Francia, che è un Paese di dimensioni demografiche leggermente superiore a quella dell’Italia, si fanno ogni anno quasi il doppio dei figli. In Svezia con delle misure che sono state di sostegno alla genitorialità sono riusciti ad invertire il tasso di fertilità cioè il numero medio di figli per donna. Nel senso che soluzioni esistono. Noi invece siamo in questa specie di paralisi, eh, passiamo da un’onda emotiva all’altra. Ogni cosa è un’emergenza. Ma se tutto è emergenza poi in realtà nulla lo è veramente. I servizi che sostengono la genitorialità sono importanti, sono indispensabili gli asili, gli asili nido pubblici, sgravi fiscali strutturali, conciliazione per le donne che lavorano dei tempi di lavoro con le attività di cura.

Però c’è anche qualcosa di più profondo, non nascondiamoci dietro un dito. La crisi demografica italiana è la spia di una profonda incertezza sulle prospettive future. È verissimo. Ma guardate: negli ultimi 30 anni se facciamo il confronto tra il 1990 e il 2020, l’Italia è l’unico Paese tra i Paesi sviluppati in cui abbiamo avuto una riduzione in termini reali delle retribuzioni medie lorde annue, quasi il 3% in meno. Nello stesso arco di tempo, ad esempio in Francia e in Germania sono aumentate di oltre il 30%, nel Regno Unito di oltre il 40%. Quindi ci sono delle specificità italiane che riguardano sicuramente i ceti popolari, ma ormai anche porzioni importanti del ceto medio, che ha in qualche modo introiettato la consapevolezza, si dice così, che l’ascensore sociale è bloccato. Cioè che le prospettive di crescita economica e di miglioramento delle condizioni sociali sono assolutamente quasi azzerate. Noi parliamo del “tempo dei desideri minori”, cioè piuttosto che un inseguimento a condizioni di agiatezza e di prosperità che era una caratteristica tipica del nostro modello di sviluppo che abbiamo alle spalle, oggi si guarda appunto ai desideri minori, cioè con la conquista di uno spicchio di benessere diciamo nel quotidiano.

Ad esempio il lavoro che era stato il perno centrale delle esistenze delle persone nel modello di sviluppo che abbiamo alle spalle, beh oggi ha una specie di declassamento nelle priorità esistenziali delle persone. Oppure c’è un’altra strategia quella che stanno attuando molti giovani: quella cioè di ricercare un appagamento alle proprie aspettative lavorative, professionali e esistenziali all’estero. Sfatiamo un luogo comune l’Italia continua ad essere un paese di emigrazione più che di immigrazione. Oggi, in questo momento, 5,9 milioni di italiani sono. Residenti all’estero a fronte dei 5 milioni di stranieri residenti nel nostro Paese.

Commenti

  1. ha scritto:

    Caro amico, questo raggelante resoconto della situazione italiana costituisce una riprova oggettiva all’impressione di decadenza che ho espresso nel mio ultimo scritto, tanto che non resisto alla tentazione di linkare questo post.
    Mentre all’età di sessantotto anni, anch’io emigrato da un anno, sto faticando molto a imparare lo spagnolo, ripenso con amarezza alle energie mentali (quando erano tante) spese nell’apprendimento del latino e del greco (e solo un po’ di francese e niente inglese, che alle mie scuole medie non era stato previsto!).
    E poi, da buon italiano, non mi sottraggo, da lontano, al mio contributo di inquietudine, relativo, nel mio caso, al futuro della pensione…

    Risposte al commento di Franz

    1. camu
      ha scritto:

      Ciao, ho letto con interesse il tuo post urbi ed orbi, e non ho potuto fare a meno di notare le similitudini con quello che dicevo appunto qui sopra. Però non si fa molto per cambiare. Ecco allora che ha ragione in Censis quando ci chiama sonnambuli. E l’unica via rimane, appunto, quella dell’espatriare… Feliz Navidad!

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