due chiacchiere

Ma tu vorresti davvero vivere per sempre?

Il 2022 oggi fa sentire i suoi primi vagiti, o piuttosto botti, in giro per il mondo. Tutti ci ritroviamo un anno più vecchi, e sebbene cerchiamo di non pensarci, abbiamo in linea di massima accettato il fatto che il tempo trascorre inesorabile e che prima o poi arriverà il momento di dire addio a questo mondo terreno. Si lo so, oggi bisogna essere allegri, spensierati, festeggiare l’anno nuovo e gozzovigliare alla faccia di tutto e tutti. Ma a me i capodanni hanno sempre fatto quest’effetto nostalgico, ed ora che ho ripreso le trasmissioni su queste pagine, era scontato che avrei voluto condividere questi sentimenti con te. In realtà l’ispirazione per questo intervento mi è venuta qualche settimana fa, dopo aver letto un articolo in cui si analizzano i risvolti etici ed economico-sociali del voler vivere più a lungo. In breve, il punto dell’autore è: va bene spendere miliardi per cercare di allungare la vita, ma avete visto cosa succede all’economia nei Paesi dove si vive di più e ci sono meno nascite? Pensiamo davvero che la qualità della vita sarebbe migliore se tutti vivessimo fino a 150 anni?

Ciò che nessuna di queste previsioni affronta, tuttavia, è l’impatto che quegli anni, decenni o secoli in più possono avere sul nostro benessere e su cosa significa essere umani. Come alcuni studiosi di etica hanno iniziato a chiedersi, quanto vita è troppa vita? La risposta a questa domanda è profondamente personale, ovviamente. Ma è anche politica, perché l’aspettativa di vita media negli Stati Uniti è già raddoppiata negli ultimi 200 anni, a 78,7, mentre in altre parti del mondo si è fermata a 52. [..] Se solo gli ultra-ricchi possono permettersi terapie per la longevità, il loro successo potrebbe portare a una nuova sottoclasse di “popolazioni parallele”, come ha descritto il filosofo dell’Università di Manchester John Harris, “di mortali e immortali che esistono accanto a una altro”?

Per un appassionato di romanzi distopici come me, l’argomento è chiaramente intrigante. M’immagino un futuro in cui esseri umani vivono fino a 150 anni, e robot alla Blade Runner sopperiscono ai nostri fabbisogni quotidiani facendo lavori pesanti che la popolazione anziana non sarà in grado di fare. In Giappone, come in molti paesi Europei, si vive già questa situazione in cui la popolazione invecchia e le nascite calano, quindi bisogna importare manodopera dall’estero o fare lavorare la gente più a lungo. Quindi non pensare che campare fino a 150 anni significhi stare in vacanza in una spiaggia tropicale a sorseggiare Martini per 70 anni (che poi, sai che noia dopo un po’). Inoltre, l’incremento dell’aspettativa di vita si correla direttamente ad un aumento della popolazione mondiale. Lo possiamo vedere dai grafici storici in questo settore: nel giro di 50 anni siamo triplicati, passando da poco più di 2 miliardi ai circa 7 attuali, se non ho perso il conto. Dove le mettiamo tutte queste persone? Siamo sicuri che l’ecosistema sulla nostra piccola roccia che galleggia intorno al Sole sia in grado di supportare le esigenze di così tanta gente?

Da un punto di vista puramente narcisistico, è ovvio che tutti vorremmo vivere fino a 150 anni: il nostro cervello è addestrato sin da piccolo a nutrirsi di esperienze, e quella curiosità di scoprire cose nuove, quella fame non si placa mai. Ma sono convinto che l’agenda di coloro che stanno provando ad estendere la nostra permanenza su questa terra è quantomeno miope e non considera le enormi implicazioni economiche che ne derivano. Senza contare i problemi geopolitici e psicologi che si creerebbero: tutti quegli anziani avrebbero diritto di voto, e certamente tenderebbero a preservare un sistema che favorisce il loro benessere, e non quello delle nuove generazioni, come in fondo già sta accadendo in molti Paesi, compresa l’Italia. Forse questi ricercatori potrebbero concentrare le loro energie nel concederci una vita più piacevole, anche se non necessariamente più lunga?

 

 

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