due chiacchiere

La lotta contro i data center

Questa settimana ho parlato di guerre, intelligenza artificiale ed implicazioni etiche di un uso bellico di questi strumenti. Oggi vorrei concludere parlandoti di un argomento ricorrente all’interno delle comunità locali in cui vivo. Le aziende che sviluppano questi immensi prodotti hanno sempre più bisogno di spazio fisico dove mettere i server all’interno dei quali vivono ChatGPT e soci, ma non solo. Tutti i miliardi di video che produciamo ogni giorno su Instagram, TikTok e soci, devono essere fisicamente conservati da qualche parte, ed anche questo spinge la necessità di costruire nuovi data center dove infilare questa roba. Data center che, come ci dicono i dati, sono affamatissimi non solo di energia (per far funzionare e per raffreddare i sistemi), ma anche di acqua. Sistemi che producono molta più anidride carbonica di quello che pensiamo. Ecco allora il diffondersi di questo fenomeno in cui aziende chiedono il permesso di costruire nuovi centri vicino alle città, ed il fiorire di proteste ed interrogazioni al consiglio comunale per bloccarli.

Proteste che secondo me sono totalmente inutili, perché se la fame di dati continua a crescere, non possiamo allo stesso tempo avere la pretesa che questi centri di elaborazione dati non debbano esistere. Insomma, non si può avere la proverbiale botte piena e la moglie ubriaca. Nei miei commenti su Reddit dove chiacchiero più o meno amabilmente con i miei concittadini (o più che altri con residenti del New Jersey in generale), continuo a ribadire la necessità di un cambio radicale di prospettiva, in cui invece che ostacolare questi mostri, tutti proviamo piuttosto a ridurre l’impronta digitale che lasciamo dietro di noi. Perché, diciamocelo chiaramente, a nessuno interesserà mai guardare le cento foto del proprio criceto mentre mangia le sue noccioline. Eppure nessuno sembra capirmi quando cerco di spiegare questo concetto apparentemente così strano.

Al contrario, mi rispondono con le soluzioni più… creative: costruiamoli nel deserto (eh già, perché è bello fresco a Las Vegas), costruiamoci accanto pale eoliche e pannelli solari (come se questi sistemi possano generare abbastanza energia per questi mostri affamati), mettiamoli sott’acqua (cosa già sperimentata ma molto difficile da gestire, e comunque non senza impatto ambientale). Insomma, vogliamo far tutto tranne che la cosa più logica: ridurre la quantità di spazzatura che ogni giorno generiamo e che non serve a nulla se non occupare spazio prezioso in uno di quei dischi rigidi che producono tanto calore.

Ovviamente il problema è anche economico: ampliare la rete elettrica ed idrica per portare le immense quantità di energia ed acqua in questi edifici, è un lavoro che costa ma che richiede la ripianificazione della distribuzione dei carichi. Perché alla fine della giornata, se si produce una certa quantità di corrente in quella zona, ovvero se la coperta diventa un po’ corta, una volta che entra nella stanza l’elefante data center, bisognerà prendere delle decisioni su chi ha priorità nell’uso, nei giorni (tipo in estate) quando la domanda supera di gran lunga l’offerta. La fregatura, come ci spiega un articolo di Harvard, è che la legge impone la spartizione dei costi per l’ammodernamento della rete elettrica tra tutti i residenti della zona. Quindi loro costruiscono il data center, ma è la mia bolletta della luce ad aumentare a fine mese.

D’altro canto è quello che ho sempre detto anche in merito all’inquinamento ed al cambiamento climatico. Si fa presto a protestare quando le nazioni non raggiungono gli obiettivi concordati in quei congressi internazionali dove folle di parrucconi parlano dei concetti più astrusi. Ognuno di noi è chiamato a ridurre il proprio carbon footprint (impronta di carbonio? suona molto Iron Man 😅) ma abbassare il termostato di un paio di gradi o convertire la vecchia caldaia a gasolio in qualcosa di più efficiente, costa tempo e denaro, e chi se ne frega se inquiniamo di più, dico bene? Nei data center come nelle emissioni inquinanti, dobbiamo provare ad essere parte della soluzione.

Protestare ed esigere che quel data center venga messo da qualche altra parte (adottando l’atteggiamento del… saranno cavoli di qualcun’altro, che ce frega!) non risolve il problema. Facendo meno richieste a ChatGPT e cancellando le 99 foto del tramonto che abbiamo sul cellulare, un po’ aiuta.

 

Commenti

  1. kOoLiNuS ha scritto:

    Fino a che le foto sono sul tuo cellulare no problem, è quando le vogliamo archiviare “sul cloud” che arriva il problema, moltiplicato per il numero di datacenter necessari alle repliche per backup e CDN.

    E tutte quelle cagate per generare la tua faccia come un cartone animato, o il remake di 11 ore del signore degli anelli con gattini al posto degli attori? È necessario?

    Però la Natura ci presenterà il conto, ho solo paura che a pagarlo non saremo soltanto noi che abbiamo generato il problema, ma i nostri figli e nipoti. Si, sto diventando vecchio… penso ai loro di problemi piuttosto che ai miei.

    Risposte al commento di kOoLiNuS

    1. camu ha scritto:

      Da quello che ho visto, iCloud è attivato per default, non ricordo se Android Photos fa lo stesso, ma io ho disattivato quella funzione e decido a mano cosa conservare sul cloud. Ed hai perfettamente ragione su tutte le minchiate che ho visto a Natale per animare foto, far parlare persone decedute e via dicendo.

      Sul conto da pagare, non c’è dubbio oramai che sarà bello salato. Così salato che non avremo la possibilità di pagarlo. Ma noi continuiamo allegramente a “mangiare” come se nulla fosse. Per questo il mio rancore (eh già) verso i boomer, che hanno usato tutte le risorse ed lasciato un disastro dietro di loro, è una cosa che mi tocca fino al midollo. Perché mentre loro se ne infischiavano, i nostri figli ed i nostri nipoti non sapranno da dove cominciare. Sempre che ci arriviamo, a quella generazione, con l’aria bombarola che tira.

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