due chiacchiere

La trasformazione sociale innescata dal Covid

Oggi ricorre il secondo anniversario della scoperta del primo caso accertato di Covid in Italia. Tutti vorremmo dimenticare questo periodo delle nostre vite, la tristezza, l’amarezza, la rabbia, le paure e l’incertezza che ci hanno accompagnato in questi due anni. Eppure sono convinto che ricordare, al contrario, è un modo per rimarginare le ferite, per imparare dai nostri errori e capire come possiamo costruire una società migliore da qui in avanti. Il mondo intero, per la prima volta dall’ultimo evento che ha coinvolto un così gran numero di nazioni, emerge trasformato sotto tutti i punti di vista: economico, sociale, politico e psicologico. Ci siamo riscoperti più cinici, più distaccati, più individualisti. Se nelle fasi preliminari della pandemia la società ha reagito con senso di responsabilità ed un rinnovato spirito collettivo (come dimenticare i cori dai balconi delle città?), i lockdown ci hanno forzato a pensare in maniera egoistica, ed a dubitare sia della scienza che dei ciarlatani del web. Ma cominciamo dall’inizio.

È il 31 dicembre del 2019 quando le autorità cinesi riferiscono all’Organizzazione Mondiale della Sanità  l’esistenza di diversi casi di una sconosciuta malattia polmonare. L’epicentro dell’epidemia è Wuhan, un’enorme città di undici milioni di abitanti nel cuore della provincia di Hubei. Nel giro di pochi giorni i casi toccano quota 41 e il 7 gennaio le autorità cinesi assegnano al nuovo virus il nome di 2019-nCoV.

Il 14 gennaio viene identificato il primo caso al di fuori dalla Cina, una donna thailandese rientrata da un soggiorno a Wuhan. In poco tempo cominciano a emergere i primi malati anche in Corea del Sud e in Giappone, mentre in Cina prende il via la conta dei decessi causati dal nuovo coronavirus. Il 20 gennaio le autorità sanitarie cinesi certificano la trasmissione virale da uomo a uomo, e non esclusivamente da animale a uomo come ipotizzato nelle fasi iniziali dell’epidemia. A causa di tale scoperta, il 23 gennaio il termine lockdown fa la sua apparizione in tutto il mondo.

Il 21 febbraio viene identificato, invece, il primo caso italiano di positività al nuovo coronavirus; si tratta di un uomo di 38 anni residente a Codogno, in Lombardia. Il giorno seguente, Adriano Trevisan diventa la prima vittima italiana di quello che, nel frattempo, l’OMS ha rinominato SARS-CoV-2, di lì a poco globalmente noto come COVID-19. Da questo momento in avanti i cittadini italiani, ed europei, sono scaraventati in una routine quotidiana fatta di distanziamento sociale, isolamento domiciliare, contrazione della socialità e sospensione delle attività lavorative, scolastiche e ricreative. Il resto è storia, come direbbe chi ha studiato.

Lo stress a cui la pandemia ha sottoposto il sistema sanitario, non solo in Italia, ha determinato ritardi nella prevenzione, nella diagnosi e nelle cure, di cui hanno fatto le spese varie categorie di pazienti, tra cui i malati oncologici e quelli affetti da problematiche cardiovascolari. Stando a varie stime, il sovraccarico che ha investito gli ospedali è costato la vita a migliaia di persone già vulnerabili dal punto di vista clinico. Un dato che spero farà riflettere sull’adeguatezza dei sistemi sanitari e sull’importanza della prevenzione per malattie facilmente curabili. Almeno qui in America, dove il sistema è per buona parte privato, e quindi più interessato a generare lauti guadagni che a curare sul serio le persone.

Forse proprio guardando come arrancavano gli ospedali, tanti si sono fatti abbindolare da fantasiose teorie alternative. In questi due anni abbiamo assistito impotenti allo strabiliante successo di varie teorie complottistiche, come quelle sostenute dai vari no vax e no mask: il frutto preoccupante di un cocktail esplosivo fatto di paure, rifiuto della realtà, isteria di massa e analfabetismo. Quello che mi preoccupa, comunque, non è tanto il contenuto delle varie fake news che popolano il web (e che mi hanno spinto ad abbandonare sempre più i social), bensì il fatto che tali presunte verità ottengano così tanto successo. A volte sorrido al pensiero che siamo tutti dentro una simulazione di qualche tipo, come dice anche Elon Musk, un canale tv sul quale alieni distanti si sintonizzano e si fanno un sacco di risate a vedere come siamo così primitivi, correndo dietro ad obiettivi effimeri ed egoistici, mentre ci culliamo nell’impressione di essere tanto evoluti come specie.

Così invece che remare tutti insieme per far andare avanti questa barca, abbiamo iniziato a litigare gli uni contro gli altri, aggravando quella crepa sociale con cui abbiamo sempre convissuto. Gli alieni di cui sopra sghignazzeranno come matti a vederci fare guerre ed investire risorse nell’effimero obiettivo di conquistarci a vicenda, quando il senso della vita è completamente diverso. Siamo entrati nell’era delle “microguerre”, che finiscono per logorare persino il più paziente dei santi. Sebbene una parte dell’opinione pubblica abbia accolto il nuovo coronavirus alla stregua di un grande equalizzatore, forte della convinzione che colpisca indiscriminatamente abbienti e meno abbienti, in realtà questi due anni di pandemia hanno dimostrato quanto le diseguaglianze preesistenti abbiano agevolato la trasmissione del virus e aumentato i tassi di mortalità.

Riassumendo, ho paura che l’estremismo delle dinamiche di questa pandemia, amplificato da social e media, abbia esasperato pregi e difetti della società in cui viviamo (non solo in Italia, s’intende). Purtroppo, dopo oltre due anni di emergenza sanitaria, i comportamenti positivi che avevano caratterizzato i primi mesi hanno lasciato il passo alla rabbia, alla rassegnazione e al cinismo. Forse i film distopici che mi piace guardare in TV non sono poi così male, in confronto alla realtà che stiamo vivendo.

Commenti

  1. kOoLiNuS ha detto:

    Aspetta che ora il programma in onda tra Ukraina e Russia sta cominciando a diventare “divertente” … come se di problemi non ne avessimo già abbastanza.

    1. camu ha detto:

      Ma lo sai che io, ancora oggi, pur avendo letto vari articoli in merito, non riesco a capire bene perché Putin voglia fare questa guerra? Davvero pensa di riuscire a concludere qualcosa e che le altre Nazioni stiano a guardare? Scusa il gioco di parole, ma questo programma avrà un boom di ascolti sul canale degli alieni!

  2. Trap ha detto:

    Ricordate lo slogan “Andrà tutto bene”? C’era un rincorrente ottimismo e ci dicevano che saremo diventati migliori dopo la “fine” della pandemia.

    1. camu ha detto:

      L’ottimismo di quei tempi mi riempiva il cuore di gioia, ma con il senno di poi abbiamo capito che si trattava semplicemente di una necessaria reazione della nostra psiche, quasi come un gastroprotettore per il cervello, per schermarlo dall’ansia generale che ci circondava. Poi l’effetto è finito, e l’ansia, amplificata dai social, ha preso il sopravvento. Ora siamo disillusi, ed è proprio la trasformazione sociale (ahimè in negativo) a cui mi riferivo nel mio post. Una società imbruttita e spaventata non è un buon segno per le generazioni future…

      1. Trap ha detto:

        Esatto! Aggiungiamo quello che raccontavi nei post precedenti, e cioè la crisi sociale è anche la crisi di comunità. Faccio un esempio i partiti, tanto per citarne uno, iniziava i discorsi con “Compagni!”, c’è quel senso di appartenenza a qualcosa di più grande e ognuno fa per gli altri.
        Oggi è più per “mors tua, vita mea…”

        1. camu ha detto:

          Oggi quelle esclamazioni sarebbero viste come estremiste o legate ad un passato che i giovani non riconoscono più. Non molto tempo fa Salvini fu preso in giro per i suoi tentativi di richiamare una dialettica già provata all’epoca da Mussolini, se non erro. La verità è che la gente non vuole più essere chiamata “Compagni!” (o camerati, s’intende) dai partiti, perché oramai viviamo in un mondo superfluido, dove le identità si mescolano e la gente non sa più da che parte stare.

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