due chiacchiere

L’economia della felicità

Ascoltavo ieri il podcast di Focus Economia, trasmissione di Radio 24 in cui si affrontano temi legati alla finanza, ai mercati ed all’andamento del benessere a livello locale e globale. Il conduttore ha intervistato l’economista francese Serge Latouche, uno dei maggiori sostenitori della teoria soprannominata “economia della felicità” o della decrescita. Devo dire che i suoi argomenti hanno stuzzicato la mia attenzione, così sono andato a documentarmi un po’. In breve, il concetto è questo: l’economia mondiale non può pretendere di crescere all’infinito, perché prima o poi si scontrerà con un confine invalicabile, quello delle risorse “limitate” che il nostro pianeta ci mette a disposizione. Allora bisogna cominciare sin da ora a mettere in campo un nuovo concetto economico: quello della decrescita, ovvero dell’adattamento ecosostenibile dei nostri ritmi quotidiani. Lavorare meno e guadagnare di più, è uno dei concetti apparentemente strampalati di questo economista.

A pensarci bene, le cose stanno andando proprio così: l’epoca dell’industrializzazione e del benessere si scontra con il petrolio che inizia a scarseggiare, con il grano che viene usato per fare biocarburanti, con i nostri bisogni “indotti” dal bombardamento della pubblicità (davvero consideriamo strettamente necessario tutto quello che abbiamo in casa?). Ora io non sono bravo come Serge Latouche, ma un estratto da Wikipedia può aiutare a chiarire le idee:

Il funzionamento del sistema economico attuale dipende essenzialmente da risorse non rinnovabili. Così com’è, non è quindi perpetuabile. I sostenitori della Decrescita partono dall’idea che le riserve di materie prime sono limitate, particolarmente per quanto riguarda le fonti di energia, e ne deducono che questa limitatezza contraddice il principio della crescita illimitata del PIL, e che, anzi, la crescita così praticata genera dissipazione di energia e crescente dispersione di materia

In altre parole, se vogliamo continuare ad abitare tutti su questo pianeta, l’industrializzazione non è la strada giusta: invece che usare macchine agricole, bisogna incrementare la manodopera in agricoltura ed inventare o riscoprire tanti lavori che oggi sono svolti dalle macchine. Così aumenta la domanda di lavoro e si possono impiegare più persone, anche per meno di 8 ore al giorno, a tempo parziale. Anche se personalmente sono convinto che serva un sistema di controllo delle nascite (ok, adesso il Papa in persona mi verrà a scomunicare). Il benessere di oggi ha rotto l’equilibrio naturale che controllava il numero di abitanti del pianeta: non ci sono più le carestie e le pestilenze.

Se poi consideriamo l’avanzata di Cina, Africa ed India, le cose non possono che complicarsi: per quanto tempo ancora avremo pane per sfamare tutti quanti? E benzina per dare energia all’intero pianeta? Secondo l’economista francese, una previsione ragionevole si aggira intorno ai 20 anni. Ma anche se fossero 30 o 50 le cose sarebbero comunque drammatiche: chi ha figli piccoli o vorrebbe averne, non può che essere preoccupato da queste prospettive.

Commenti

  1. piscione75 ha detto:

    interessante. Non ho mai letto Serge Latouche, ma ho sempre pensato che c’è e ci sarà un ritorno al passato.
    Esempio basti pensare ai vecchi mestieri, che sono sempre più rari, e quindi chi ha la fortuna di saperli svolgere è una rarità, e quindi può essere unico e guadagnare.
    Altro esempio, anche la cucina antica, tante associazioni che hanno incentrato la loro meta, nella cucina del passato, a scoprire come mangiavano gli antichi romani, e ci ripropongono oggi gli antichi piatti romani, rivisti eventualmente, ma a caro prezzo!
    E quindi vien da pensare a Serge Latouche: Lavorare meno e guadagnare di più 🙂

Lascia un commento