due chiacchiere

Oggi comincia una nuova avventura

Ricordo quel giorno come fosse ieri: era un pomeriggio di fine gennaio del 2008, e stavo sistemando delle cose al computer nel mio mini appartamento da 30 metri quadrati a Pisa quando ricevetti una telefonata dagli Stati Uniti. Era il direttore dell’ufficio comunicazione di un college americano dove avevo inviato il mio curriculum per un posto di lavoro come sviluppatore web. Si trattava del colloquio che avrebbe cambiato la mia esistenza per sempre: la conversazione di circa un’ora, nel mio inglese claudicante, risultò in un’offerta di lavoro da lì a pochi giorni. Pochi mesi prima avevo ricevuto il mio permesso di soggiorno (la famigerata green card) per entrare nel Paese a stelle e strisce come residente, non più come semplice turista. Qualche settimana dopo m’imbarcai sull’aereo per cominciare quel nuovo capitolo della mia vita, con un lavoro già in tasca. In questi quattordici anni, pur avendo cambiato ruolo un paio di volte, l’università di New York è stata la mia unica esperienza lavorativa sul suolo americano. Ora è giunto il momento di chiudere questo capitolo e di aprirne uno nuovo.

Quando è cominciata la pandemia nel 2020, come tutti, ci hanno dato la possibilità di lavorare da casa (o in smart working, come dite voi in Italia). E devo dire che sin da subito ho apprezzato tutti i benefici di questo nuovo stile di vita. Specialmente per me, che passavo quotidianamente un’ora e mezza sul treno ad andare ed un’ora e mezza a tornare dal mio ufficio. Tre ore in cui potevo leggere un libro o ascoltare un podcast, non c’è dubbio, ma anche tre ore in meno da dedicare alla famiglia, agli hobby, ed ad una vita più sana. Chi fa il pendolare, sa benissimo cosa vuol dire aspettare il treno in ritardo mentre tira un vento a zero gradi che ti s’infila anche nelle ossa, attorniato di gente altrettanto stressata e per nulla di buon umore, tutti ammassati in un vagone dove è più facile trovare una banconota da cento dollari per terra che un posto a sedere. Stando a casa, ho scoperto di poter aiutare Sunshine di più in giro per la casa, ho gustato la gioia di poter portare le bimbe alle loro attività sportive il pomeriggio, e di poter fare una passeggiata intorno all’isolato alla fine della giornata. O semplicemente di farmi tenere compagnia dai gattini che abbiamo in affidamento mentre lavoro. Insomma, ho scoperto di essere più felice.

Una folla sul marciapiede della stazione di New York

Così, quando qualche mese fa si prospettava l’idea di tornare in ufficio, mi resi conto che era giunto il momento di prendere una decisione drastica, e trovare un impiego che mi consentisse di continuare a lavorare da casa. Sfortunatamente, l’università dove ho lavorato in tutti questi anni non è così lungimirante, ed il rettore ha deciso di non offrire quest’opportunità a tempo indeterminato. Una posizione che reputo anacronistica in questa nuova era post-Covid, in cui la disoccupazione americana è ai minimi storici, ed i datori di lavoro faticano a trovare personale qualificato, e si fanno concorrenza per rubarsi gli impiegati tra loro. Tant’è che non sono certo l’unico ad aver fatto questa scelta, ed immagino che prima o poi dovranno darsi una svegliata e mettersi al passo con i tempi, per frenare quest’emorragia di dipendenti.

Spulciando tra gli annunci su LinkedIn ed altre piattaforme online, ho iniziato a mandare il mio curriculum a varie università che offrivano la possibilità di lavorare da casa. L’idea di lavorare per un’istituzione impegnata nell’istruzione, se così si può dire, è sempre stata una mia fissa, perché mi piace poter contribuire nel mio piccolo alla missione di mobilità sociale che hanno le università, specialmente quelle pubbliche, nel contesto in cui si inseriscono. In questi mesi ho fatto vari colloqui, e c’è voluto un po’ per trovare la giusta combinazione tra salario, mansioni e flessibilità, ma alla fine l’Università della California mi ha presentato l’offerta giusta. Gli informatici che mi leggono avranno ad esempio sentito parlare di UC Berkeley, dove nel lontano 1977 è nata una delle distribuzioni Linux Unix più popolari dell’epoca.

Oggi incontrerò i miei nuovi colleghi, e devo ammettere di essere emozionato come uno scolaretto di prima elementare. E come diceva il titolo di un famoso film con Paolo Villaggio… “io speriamo che me la cavo”.

Commenti

  1. Trap ha detto:

    Penso che tu abbia fatto la scelta giusta! Si vede che per te era il momento di cambiare. Credo che non avevi più gli stimoli e avevi bisogno di passare più tempo con la famiglia. Ti mancherà sicuramente il buon vecchio sistemista amante di Oracle!

    I problemi da pendolare li abbiamo avuti tutti, sin dai bei tempi dell’università. Io che sono un po’ pratico, ho fatto dei conti del tempo perso viaggiando, praticamente “regalavo” una abbondante giornata lavorativa (compresa la pausa pranzo!) in più alla settimana che quindi non mi veniva pagata, contro le sole 2 ore in auto! La mobilità è uno dei problemi più complicati dell’età moderna, altro che i cammini aumentanti del Brogi!

    Purtroppo anche grandi aziende (pure hi-tech) sullo smart working sembrano tornare indietro, come Apple e recentemente anche Tesla.

    p.s. in realtà nel 1977 Linux non esisteva, l’università a cui fai riferimento ha realizzato la variante BSD di Unix.

    1. camu ha detto:

      Scusa se non ti ho detto nulla in privato, ma alla mia veneranda età sono ancora un po’ scaramantico 😅Sono d’accordo sul fatto che si spreca un sacco di tempo a fare i pendolari, e si inquina di più, con buona pace della povera Greta che si dispera a bacchettare i politici in giro per il mondo. Inoltre sono tempi duri a New York, e la metropolitana è tutt’altro che sicura di questi tempi, quindi preferisco non avere un coltello infilato nelle budella per una manciata di dollari. La mia università si ostina a voler richiamare gli impiegati per motivi semplicemente politici ed economici: essendo di competenza della stato di New York, e visto che il governatore vuole far ripartire l’economia in città, ci considera pedine per dare il buon esempio obbligandoci a tornare in ufficio. Dimenticano però che se da un lato la città ne soffre, le economie dei paesini dell’interland stanno fiorendo ed offrendo opportunità a tante persone. PS: grazie per la dritta su BSD, ho corretto il post.

  2. kOoLiNuS ha detto:

    😮

    Mica un posto da niente!!!! E sarai 100% remoto? O pensi / pensate anche di cambiare Stato “a breve”?
    Ad ogni modo congratulazioni e… break a leg!

    1. camu ha detto:

      Grazie caro. Si, sarò 100% remoto per il momento. L’università lascia la scelta ai dipendenti, quindi se un giorno decidiamo che il New Jersey non ci piace più, non è escluso che facciamo i bagagli e ci trasferiamo dall’altra parte del Paese. In realtà stiamo aspettando che le bimbe si diplomino per vedere cosa vogliono fare ed in quale università vogliono andare, e magari finiamo per seguirle. Ma ci vorranno ancora cinque anni minimo, quindi c’è tempo.

  3. Emanuele ha detto:

    Break a leg Dino! Vogliamo un aggiornamento tra 12 mesi però. Lo smart working 100% remoto mi fa paura (isolamento/abbrutimento, mancanza di occasioni di contatto coi colleghi etc) ma chiaramente ha anche infiniti aspetti positivi. Facci sapere!
    Ciao,
    Emanuele

    1. camu ha detto:

      Io il problema dell’abbrutimento non l’ho vissuto in questi ultimi due anni in cui ho lavorato da casa, anzi a dirla tutta ho avuto modo di riscoprire il piacere di coltivare amicizie sospese da tempo (prima mica ce l’avevo il tempo per andare a pescare al laghetto vicino casa, dopo una lunga giornata di lavoro). Riguardo ai colleghi, nel mio caso (non dirlo a nessuno), ti confesso che non è che abbia avuto poi tutta sta nostalgia di vederli, ma quella è una situazione che va vista caso per caso. Probabilmente i tuoi colleghi sono anche i tuoi amici, ed allora è una storia diversa, e può starci che ti manchino.

      Conto di aggiornare i miei piccoli lettori fra un paio di settimane, superato l’impatto dell’entrata in orbita 🙂

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