due chiacchiere

Quattordici anni in America

E così un paio di giorni fa era l’anniversario del mio arrivo sul suolo americano. Non che Sunshine ed io festeggiamo in alcun modo: l’abbiamo fatto per un paio d’anni all’inizio, ma poi tra una cosa e l’altra abbiamo smesso. Per me è sempre l’occasione per fare un po’ il punto della situazione, e riflettere su come sia cambiata la mia percezione del Paese a stelle e strisce in tutto questo tempo. Certo, i ricordi di quel giorno frenetico in cui m’imbarcai sull’aereo della Lufthansa da Francoforte sono sicuramente più sbiaditi rispetto ai primi anni, ma non dimenticherò mai il tassista che mi accompagnava verso l’aeroporto ed il suo pippone contro la fuga dei cervelli, quando gli dissi dove stavo andando giusto per fare due chiacchiere lungo il tragitto: era l’ultima tentazione a cambiare idea che il destino mi metteva davanti prima di varcare la soglia della mia nuova vita. A volte qualcuno mi chiede se ne sia valsa la pena o se abbia dei rimpianti, specialmente visto come stanno andando le cose in America, con Trump prima, Biden adesso, e tutti i problemi strutturali che questo Paese sta affrontando.

Non nascondo che l’entusiasmo iniziale “da luna di miele” sia scemato con il tempo, però sono ancora convinto della mia scelta. Lasciare il Belpaese non è stato facile, ma ero stanco di combattere con un sistema paese che non dava ai giovani quelle opportunità che invece all’estero sembravano così a portata di mano. Alain De Carolis, un blogger che nel frattempo ha chiuso i battenti della sua dimora virtuale, dieci anni fa diceva:

La manifestazione più importante della TV Italiana rispecchia bene la realtà gerontocratica del nostro paese. Una trasmissione dai colori e dalle modalità vecchie. Persino il conduttore è quasi sempre vecchio! [..] Fatevi questa domanda: se l’Italia fosse un paese gestito da giovani per i giovani secondo voi a presentare il festival avrebbero messo un cantante settantenne? O forse i giovani preferirebbero altri personaggi, altre canzoni, altre modalità per fare spettacolo?

Sono contento di vedere che, usando Sanremo come unità di misura del cambiamento sociale, le cose stiano lentamente migliorando. Allo stesso tempo, l’America ha cominciato a perdere quella patina che la rendeva così speciale durante gli anni della mia gioventù, quando in TV c’erano MacGyver e Supercar, A-Team e Beverly Hills. Era l’America ricca e benestante di Reagan e Bush padre (e per un certo verso Clinton). Poi, come in Italia abbiamo avuto Mani Pulite, di cui si ricordava il trentesimo anniversario pochi giorni fa, qui in America c’è stata la prima avvisaglia che le cose non andavano benissimo con gli scandali Enron, fino al tracollo della Lehman Brothers e gli anni di crisi che ne seguirono. Nel frattempo, l’inasprimento dello scontro tra Democratici e Repubblicani ha spinto i vari governi in uno stato d’immobilità che non s’era mai vista (in tempi moderni). Un’immobilità che ha lasciato l’America indietro sullo scacchiere internazionale, mentre la Cina avanza e si ammoderna.

Probabilmente se oggi fossi il trentenne di allora e mi trovassi a dover scegliere se rimanere in Italia o espatriare, partirei lo stesso. Con Sunshine a volte fantastichiamo su cosa vogliamo fare “da grandi”, quando le bimbe saranno adulte e cominceranno a vivere la propria vita. Chissà, magari una di loro andrà a fare l’università in Danimarca, e noi potremo andare a stare con lei per qualche mese, ed andare in pensione in un piccolo villaggio sperduto tra le coste danesi. E poi il clima è simile a quello newyorkese, al contrario degli altri Paesi scandinavi dove fa un freddo cane anche ad agosto. Anzi, se hai qualche esperienza in merito, mi piacerebbe avere un tuo parere su quest’idea.

Commenti

  1. kOoLiNuS ha detto:

    Fossi in voi io me ne andrei in un Paese climaticamente caldo, al mare 😀
    Ma non in vecchiaia… anche subito!

    Da non “americano” mi chiedo se la percezione che traspare delle cose non cambi andando in stati più ‘selvaggi’ climaticamente e più lontani tecnologicamente dall’iper-attiva Grande Mela.
    Che so, un paesino sulle coste della Florida o della California, sui laghi del grande Nord… o anche alle Hawaii (Clooney perennemente in flip flop in The Descendants mi ha colpito un po’ nell’immaginario).

    1. camu ha detto:

      Si, quella sarebbe una delle opzioni sul tavolo delle trattative. Quello che ci preoccupa, a dire la verità, sono i costi davvero esorbitanti delle università americane al giorno d’oggi, se non ottieni una borsa di studio. Qui la gente si ritrova con centomila dollari di “mutuo studentesco” sulle spalle, da ripagare dopo la laurea con tassi d’interesse a volte da strozzini. Nel giro degli ultimi 15 anni (quindi da quando io sono arrivato in America), le tasse universitarie sono più che raddoppiate, passando da una media di 10 ad una media di 25 mila dollari all’anno nel pubblico. E non voglio neppure pensare a cosa costi andare nel privato! E con i tempi che corrono, mi chiedo se davvero ne valga la pena.

  2. Emanuele ha detto:

    Si ma devo scoprire così che hai due figlie? 🙂
    Ciao,
    Emanuele

    1. camu ha detto:

      E io che speravo che quel piccolo dettaglio passasse inosservato! Non ti sfugge proprio nulla 😅Diciamo che ho cambiato approccio sulle regole autoimposte riguardo alla mia vita privata, che come ricorderai tenevo rigorosamente lontana da queste pagine. In realtà sono ancora oggi un talebano, quando si tratta della loro riservatezza (niente TikTok, niente account social di nessun tipo). Però sul blog ho deciso di allentare un po’ la presa, e lasciar trapelare qualche indiscrezione qua e là, a seconda del contesto.

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