due chiacchiere

Un mese di Pixel 6a

Come forse ricorderai, qualche mese fa mi rivolgevo ai miei fidati piccoli lettori per un consiglio su cosa fare per il mio Pixel 3a, dato che da lì a poco la casa di Mountain View lo avrebbe cancellato dalla lista dei dispositivi a cui inviare le nuove versioni del sistema operativo che fa funzionare il telefono. Ho provato a spulciare i vari forum alla caccia di una ROM alternativa, ma non sono riuscito a cavare neppure il proverbiale ragno dal buco. Poi il mese scorso, in concomitanza del lancio del Pixel 6a, ho letto che Google avrebbe pagato la lauta cifra di 300 dollari a coloro che decidevano di restituire il proprio Pixel 3a ed acquistavano il nuovo telefonino a 450 dollari, incluse le cuffie Pixel Buds. In fondo, trecento dollari era, dollaro più, dollaro meno, il prezzo che avevo pagato due anni e mezzo prima, e così ho deciso di buttarmi a capofitto su quest’offerta, sebbene il mio fido compagno di viaggio fosse ancora in buone condizioni (batteria a parte). In questo modo, il mio alter ego taccagno e braccino corto era contento di continuare la tradizione in base alla quale in tutta la mia vita non ho mai speso più di 300 dollari per un cellulare. Incluso il Nokia 3110 ai tempi dell’università.

Il Pixel 6a visto da dietro, con il modulo ottico rialzato

Volendo riassumere le mie prime impressioni ora che ho avuto modo di usare il Pixel 6a quotidianamente per un mesetto, direi che sono soddisfatto, ma con tanti compromessi. A partire dalle dimensioni ragionevoli del dispositivo: oggi c’è la tendenza dei produttori a mettere sul mercato cellulari giganteschi, difficili da usare con una sola mano. Quindi puoi immaginare la mia contentezza quand’ho visto che il 6a aveva una dimensione di appena 6.1 pollici, ed un peso di meno di 180 grammi, grazie all’uso di plastiche per la scocca, invece che vetro come nel fratello maggiore. Tanto io tengo sempre i miei cellulari avvolti in una custodia protettiva, quindi per me non fa davvero alcuna differenza. La batteria da 4400 milliampere era l’altra piacevole scoperta, sebbene dopo un mese mi rendo conto di non aver guadagnato molto in termini di durata rispetto al Pixel 3a quand’era nuovo. Probabilmente per colpa del cervello elettronico del 6a, il microprocessore Tensor sviluppato in casa dagli ingegneri di Mountain View.

Poi la batteria ci mette più tempo a caricarsi, essendo più grande, ed avendo un limite di carica a 18 watt. Ma questo non è in genere un problema per me, dato che lo metto a caricare la notte prima di andare a dormire. Il sensore per le impronte digitali è stato spostato dal lato posteriore, ed integrato sotto lo schermo. Più comodo di sicuro, ma meno accurato del sensore vero e proprio. Alcuni dicono che i prossimi aggiornamenti (Android 13?) dovrebbero migliorare la sensibilità e la velocità di questa funzione (a volte ci mette un paio di secondi a riconoscere il mio pollicione), e spero proprio che lo facciano, perché a volte quando devo smanettare per sbloccare il cellulare mentre sto guidando è una palla. Alcuni si sono anche lamentati dello schermo, che ha un refresh rate a 60 hertz, mentre molti cellulari oggi ce l’hanno a 120 hertz. Ma io che non ho mai avuto tale piacere, non ho notato nessuna differenza. E poi raramente guardo video sul cellulare e non lo uso mai per giocare (e chi c’ha tempo?).

L’ottica di questo telefonino è il suo vero punto di forza. Già il Pixel 3a faceva delle foto degne di una reflex decente, e con il nuovo modello ho notato un salto di qualità, in buona parte dovuto al tocco magico degli algoritmi intelligenti di Google più che all’hardware vero e proprio. Peccato però che questo telefono non abbia più la promozione per avere spazio illimitato su Google Photos, quindi ora mi toccherà pagare i 20 dollari all’anno per conservare una copia del nostro sterminato archivio fotografico tra le nuvole (l’altra è sul mio NAS casalingo). Una terza copia è su Amazon Photo, che tramite Prime offre spazio illimitato per le foto, ma non per i video. Insomma, le foto del battesimo delle figlie dovrebbero essere relativamente al sicuro, con buona pace di Sunshine. Infine, il Pixel 6a non ha più la presa per le cuffie: una mossa sibillina che consente a Google di promuovere i propri auricolari supertecnologici, che io ho però venduto a 70 dollari sui mercatini online.

A livello di connettività è presente il supporto alle reti 5G, al Wi-Fi 6e e al Bluetooth 5.2, ma manca la possibilità di caricare il telefono senza fili, che mi sarebbe tornata comoda nella nuova macchina che abbiamo, dato che il cruscotto è dotato di questa funzione, oltre che di Android Auto wireless. Ma tanto il Tucson lo guida principalmente Sunshine, ed il mio vecchio Rav4 ha ancora il carica CD, quindi va bene lo stesso. In conclusione, il Pixel 6a è uno smartphone che, visto il prezzo che mi è costato, va più che bene come cellulare quotidiano da portarsi in vacanza per scattare qualche bella foto ricordo. Le limitazioni hardware sono un po’ dure da digerire (spinotto cuffia, caricabatteria wireless), ma penso che ci farò l’abitudine.

Commenti

  1. Emanuele ha detto:

    I Pixel sarebbero anche buoni prodotti, se non fosse che ti leghi a due mani all’occhio impiccione di Google.
    Ciao,
    Emanuele

    1. camu ha detto:

      Verissimo, ma io tanto alla mia privacy ho rinunciato da un pezzo. Dove ti giri e giri, tutti vogliono tracciare i tuoi movimenti ed intrufolarsi ovunque tu sia, da Alexa in cucina a Google Maps, da Facebook agli orologi intelligenti che sanno quanti battiti al minuto hai. Per me è una battaglia persa in partenza, perché la comodità di avere a disposizione tutti questi servizi gratuiti che usiamo ogni giorno è il costoso compromesso che la casalinga di Voghera baratta con la propria privacy, dato che non saprebbe mettere insieme un server o meno ancora voler comprare un servizio a pagamento per districarsi dalle grinfie di questi giganti. Mi sa che devo fare un post in proposito 😀

  2. Trap ha detto:

    Se per te il limite è di 300$, il mio è di 150€ 😅

    P. S. Se vuoi far durare di più la batteria, non caricare lo smartphone non il caricabatterie fast, ma con quello slow (da 1 Ampere, viva il Funari!). La batteria ti ringrazierà e durerà di più… anche perché la carichi di notte.

    1. camu ha detto:

      Interessante, buono a sapersi. Non ho fatto caso all’amperaggio del caricabatterie che uso con il telefono, vedrò di trovarne uno più lento.

    2. camu ha detto:

      Ho controllato, tutti i caricabatterie che ho sono da almeno 2.5 ampere (quello di Sunshine è da 5 ampere). Dici che dovrei comprarne uno più lento? Dovrei telefonare al prof di Fisica 2 all’università?

  3. Trap ha detto:

    Prenditi uno qualunque di minore potenza. La carica fast stressa di più la batteria ed è inutile per la maggior parte delle volte.
    Io ho un Galaxy S7 preso usato nel 2018 e non ho mai usato la carica veloce, e ho ancora la batteria originale

    1. camu ha detto:

      Già ordinato su Amazon uno da un ampere. Vediamo come va…

      1. Trap ha detto:

        Evvai! Così stanotte puoi ripassare l’equazione W = A x V!

        1. camu ha detto:

          😝il mio incubo peggiore!

Lascia un commento