due chiacchiere

E se tutto diventasse virtuale?

Uno dei miei cavalli di battaglia, quando si tratta di immaginare futuri distopici o utopici che sia, è la fragilità e la precarietà del nostro corpo. Già tredici anni fa scrivevo:

Ho sempre sostenuto che il corpo di cui siamo dotati non è altro che un’appendice del nostro cervello. Un orpello di cui non possiamo fare a meno per il semplice fatto che finora il mondo è stato basato sulla fisicità. Ma la tecnologia apre nuovi allettanti scenari. Pensa un po’: non ti toccherebbe più prendere la macchina per andare al lavoro (ovvero zero inquinamento da trasporto), non servirebbe mangiare, al cervello basterebbe qualche millivolt per funzionare, con buona pace delle mucche che potrebbero pascolare felici.

Oggi, tra guerre, cambiamenti climatici ed avanzamenti della tecnologia, la mia speranza che l’umanità si muova in quella direzione è ancora più forte. Negli anni abbiamo avuto modo di assaporare varie interpretazioni cinematografiche di quest’idea, dal classico Il Tagliaerbe (uscito 30 anni fa!) a Matrix, dall’episodio San Junipero di Black Mirror a Il mondo dei replicanti con il buon Bruce Willis dei tempi d’oro.

Persino Rita Levi Montalcini una volta ha detto: “a cento anni ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente.” Certo, sono consapevole che la nostra fisicità fa parte della meccanica di base dell’universo intero e delle sue regole fondamentali, e cercare di sganciarsi dalla loro presa sarebbe quasi innaturale. Forse starai pensando di me che sono un eremita a cui piace semplicemente nascondersi nella sua cameretta a giocare 24 ore su 24 ai videogiochi (magari!), e che non apprezzi la vita nella sua completezza. Forse mi credi un povero depresso sfigato che non ha avuto quello che si aspettava dalla propria esistenza. Ma non è così, anzi proprio perché amo la vita, vorrei poterla vivere in un mondo sereno (e virtuale) il più a lungo possibile.

Ogni volta che guardo quei film distopici dove il mondo digitale è visto come il male da cui scappare ad ogni costo, mi chiedo perché? La gente invece dovrebbe avere il diritto di scegliere, proprio come nel bellissimo episodio di Black Mirror, che ti consiglio davvero di guardare. Se accettiamo di vivere sui social 24 ore al giorno, perché non dovremmo poter vivere letteralmente nel cloud? In fondo, specialmente dopo tutto quello che abbiamo imparato dall’esperienza del Covid e del lavoro da casa, molti potrebbero vivere all’interno di un computer e continuare senza problemi a fare il proprio mestiere, no? Si, va bene, le implicazioni etiche sarebbero colossali: non ci sarebbero più malattie, non ci servirebbe mangiare o avere una casa, e sparirebbero tutte le disabilità fisiche, ed il cervello umano probabilmente non riuscirebbe ad adattarsi facilmente. Ma non per questo dobbiamo nascondere la testa dentro la sabbia, non ti pare?

Poi vedo che anche il signor Musk sogna un mondo del genere e mi rincuoro, nella speranza che, scimmiette da laboratorio accoppate a parte, la sua impresa riesca ad aprire la strada a nuove tecnologie e nuovi orizzonti. Io mi candiderei subito come cavia. L’homo digitalis sarà il vero salto evolutivo della nostra specie.

Commenti

  1. kOoLiNuS ha detto:

    Proprio in questi giorni stavo leggendo il libro “Essere vivi e basta” dove si affronta in maniera del tutto particolare questo dualismo tra l’IO (nel senso dell’identità cerebrale, personalità, spirito, Ghost – citando un film bellissimo) e il mio corpo. È un dualismo intrinseco ed inscindibile.

    Il corpo è l’interfaccia verso il mondo, grazie alla quale raccolgo dati, che memorizzo, imparo ed uso per analizzare ulteriori dati.

    Un po’ nel testo scritto mi sembra che si configuri l’idea di un senziente senza “sensori”, non so se riesco a spiegarmi.

    Molti dei traguardi ambiti potrebbero essere semplicemente modificando delle abitudini, degli stili di vita, dal personale al familiare e poi al sociale.

    Questo per dire che sentire il calore dell’abbraccio di una persona casa, con il corpo e con la mente, è una magia che diamo per scontata e dalla potenza che nessuna esperienza virtuale (il mio abbraccio da Bari a New York) potrà avvicinare.

    1. camu ha detto:

      Grazie per il suggerimento. Avevo tra i miei buoni propositi per l’anno nuovo quello di iniziare a leggere di più, e la tua “dritta” capita giusto a fagiolo. L’ho già trovato su Amazon Kindle, lo scarico sul tablet stasera.

      Sull’esempio dell’abbraccio, certamente posso capire cosa intendi. La tecnologia che io sogno non è realizzabile con gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi, e forse neppure tra 100 anni. L’interfaccia verso il mondo non sparirebbe, semplicemente diventerebbe completamente digitale, ed il nostro cervello continuerebbe a ricevere gli stessi esatti stimoli che oggi ottiene dagli organi fisici a cui è attaccato.

      Per come la vedo io, i primi decenni di questa rivoluzione manterrebbero la parvenza di fisicità, trasmettendo al cervello le stesse identiche informazioni e ricreando un mondo “tangibile” all’interno di quello virtuale, un po’ come nei tanti videogiochi a cui siamo abituati. Per quegli individui, insomma, non cambierebbe molto dal punto di vista sensoriale. E coloro che decidono di rimanere nel mondo “in carne ed ossa”, potrebbero andare a visitare i loro amici virtuali proprio come oggi si entra in uno di quei videogiochi appunto, con un dispositivo tipo Oculus.

      Poi si avvierebbe la fase davvero affascinante, dove quelle menti abituate al virtuale, poco a poco costruirebbero il loro mondo (che noi non possiamo neppure immaginare oggi), completamente sganciato dalla simulazione di fisicità. Un mondo fatto di impulsi elettrici, come i computer collegati alla rete che si scambiano informazioni.

      Ovviamente il dilemma etico per eccellenza a quel punto sarebbe dare un senso a quella “vita” virtuale. Nascerebbero nuove religioni? Potremmo spedire un carico di cervelli su Marte e creare colonie virtuali lì, se la Terra sarà in pessime condizioni e non in grado di supportare la vita come la conosciamo oggi?

      Insomma, come vedi si aprirebbero tanti affascinanti scenari sui quali, oggi, mi piace fantasticare.

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