due chiacchiere

Il caso Thomas Crawford

Mercoledì al cinema, ieri sera, a guardare l’ultimo film con Anthony Hopkins, Il caso Thomas Crawford. Partivamo ben disposti, viste le recensioni positive lette in giro per la rete, così siamo arrivati in orario all’inizio della proiezione. La trama è costruita sull’omicidio della moglie del protagonista, che viene scoperta dal marito in atteggiamenti intimi con un poliziotto. Tutto gira intorno alla realizzazione del cosiddetto “omicidio perfetto”, in cui l’assassino costruisce una catena di prove che lo rendono candido e puro come la neve. Il finale, che non ti svelerò, è sicuramente a sorpresa: l’avvocato incaricato di condannare il protagonista, da buon americano, non demorderà alle prime avvisaglie di sconfitta.

La prima riflessione che mi è venuta in mente appena uscito dal cinema è stata sull’Italia: se i nostri avvocati fossero perspicaci e zelanti come i cugini d’oltre oceano, casi come quello del piccolo Samuele di Cogne e della ragazza di Perugia non esisterebbero. Sfortunatamente il testardo uomo di legge è spesso un’invenzione cinematografica, che nulla ha a che vedere con la triste realtà di tutti i giorni.

Il cugino del carnivoro

Tornando al film,  uno dei pochi punti deboli del film è quello di vedere un Anthony Hopkins ancorato alle caratteristiche di personaggi ai quali già in passato aveva prestato tutta la sua bravura. I sorrisi, le mimiche, i piccoli tic, le movenze del corpo, in alcuni momenti ricordano troppo l’Hannibal Lecter di qualche anno fa. Quasi mi veniva da chiedermi se il protagonista non fosse lo stesso Lecter che, sotto falso nome, si era ricostruito una vita fatta di lusso, agio e benessere.

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