due chiacchiere

Il regime di isolamento nelle carceri americane

Ricordo ancora quando, qualche mese fa, il signor Cospito portò all’attenzione dell’opinione pubblica la severità del regime del carcere duro in Italia. Senza voler rispolverare il polverone di polemiche che si alzò in quell’occasione, vorrei fare una riflessione su come siamo messi qui in America, e sul fatto che come disse qualcuno tanto tanto tempo fa, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Già, perché da un lato facciamo presto a puntare il dito contro le pratiche dittatoriali cinesi, che tanto scalpore destano ogni volta che qualcuno viene buttato in cella in condizioni disumane, ma dall’altro ignoriamo la trave conficcata nell’occhio di molti sistemi carcerari occidentali, che certo non brillano per il rispetto dei diritti umani dei detenuti (ad eccezione dei Paesi del nord Europa, come al solito). Dell’inefficacia di quello che gli americani chiamano solitary confinement, ne aveva parlato qualche mese fa persino John Oliver nel suo show che seguo religiosamente ogni settimana. E se non bastasse, nientepopodimeno che le Nazioni Unite hanno confermato che il trattamento americano è equiparabile ad una tortura psicologica.

Il problema, a differenza di quello che succede in Italia, dove il 41 bis viene dato soltanto ai carcerati che si sono macchiati di reati di un certo livello, è che in America basta rispondere male ad una guardia carceraria per essere buttati in una cella d’isolamento per settimane o anche mesi. Ed ovviamente c’è chi sospetta che certe punizioni vengano date più alle persone di colore che ai bianchi, con studi fatti su dati disponibili pubblicamente. Nella terra del capitalismo per eccellenza, anche questo diventa motivo per fare affari d’oro: visto che il numero di detenuti da tenere isolati aumenta, vuol dire che bisogna costruire carceri più grandi, per la gioia dei grandi imprenditori edili e di tutto l’indotto che gira intorno a questi progetti enormi. Tanto che queste prigioni oramai sono note come supermax, e sono le più temute all’interno del sistema penitenziario a stelle e strisce.

La pratica del confinamento solitario nasce alla fine del 1700, quando i Quaccheri emigrati in America si convincono che il modo migliore per redimere i peccatori più incalliti (ladri, assassini e truffatori) era di chiuderli in una stanza a meditare su quello che avevano commesso, dando loro la possibilità di dialogare con se stessi e con Dio, e quindi riacquistare l’equilibrio interno che avevano perduto, un po’ come gli eremiti o certi monaci facevano nella religione cattolica. Per questo un sinonimo del carcere è penitenziario, proprio per le penitenze che questi individui dovevano scontare. Poi però nei decenni ci si rese conto che la pratica non dava i risultati sperati, e che le persone rinchiuse in una cella minuscola, abbandonate a se stesse, diventavano più violente ed aggressive, invece che più ragionevoli e mansuete. Così il sistema si spostò più verso le carceri come le abbiamo conosciute nei tanti film degli anni Ottanta.

Da un paio di decenni a questa parte, però, in America si è ricominciato ad usare questo metodo (i corsi e ricorsi della storia?), in seguito ad una rinnovata convinzione che i farabutti più incalliti in questo modo possano essere rieducati in maniera più efficace (con il benestare degli imprenditori edili, s’intende). Con l’aggravante che adesso basta farsi trovare con la camicia fuori dai pantaloni per essere messi in isolamento, con tutte le conseguenze del caso. Perché alla fine dei conti, l’obiettivo del sistema penitenziario dovrebbe essere quello di incentivare queste persone a reinserirsi in società, ed isolandole per settimane, per mesi, ed in certi casi per anni, otterrà solo l’effetto contrario. Dovremmo invece seguire l’esempio dello stato del Nord Dakota, che ha avviato un progetto che usa metodi alternativi per dare a queste persone una seconda possibilità: metterle in condizioni di parlare con qualcuno anziché sbatterle in isolamento, anche nei casi più disperati. Perché in fondo l’uomo, si sa, è un animale sociale.

Commenti

  1. Come hai anche tu sottolineato esiste differenza tra l’isolamento del 41 bis e l’isolamento sul genere di quello americano. il 41 bis è dato nei casi in cui trattandosi di associazione a delinquere spesso di stampo mafioso ma potrebbero anche avere matrice sovversiva e terroristica, si teme che anche dall’interno del carcere, il detenuto in questione possa in qualche modo ugualmente dialogare con gli affiliati a quella associazione criminale e di fatto, essendo un capo o il capo della medesima, continuare a dirigere l’organizzazione criminale che invece si vuole sconfiggere. Diverso è l’isolamento “punitivo” quello a cui facevi riferimento tu negli USA. Concordo sulla tua disamina, ed a proposito di business mi pare che negli States gli istituti penitenziari siano privati e quindi più hanno detenuti, più hanno la fama di carcere “modello” più faranno soldi, e riceveranno soldi. Questo non aiuta certo una visione più alternativa e volta alla rieducazione del condannato, soprattutto se è di pelle scura.

    Risposte al commento di DANIELE VERZETTI ROCKPOETA®

    1. camu
      ha scritto:

      Si, qui le carceri sono per buona parte gestite da aziende private, è spesso stata una critica alzata anche da politici, specialmente nel contesto “di colore” che giustamente citi tu. Le ineguaglianze contro i neri sono radicate e stratificate in varie parti del sistema sociale, dai mutui per le case alla polizia. La ghettizzazione, pur con tutti i progressi fatti dagli anni Sessanta ad oggi, è ancora viva e vegeta e la si vede ad occhio nudo.

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