due chiacchiere

La notte non è fatta per dormire

Terza ed ultima parte del racconto della mia avventura matrimoniale calabrese che iniziava giusto otto giorni fa. Non sono certo che gli sposi stessi, a cui ovviamente dedico con infinita gratitudine questi interventi, abbiano la possibilità di leggerli, anche se lo spero di cuore. E se ci fossero correzioni o integrazioni da fare, fatevi avanti… in questo modo sarà riportato tutto in maniera più fedele. In ogni caso, il motivo principale per cui ho deciso di annotare questi “appunti di viaggio” è per non dimenticare quei bei momenti: la macchina fotografica l’ho mandata a riparare, quindi non avevo il “supporto digitale” per immortalare il tutto, sob. Altrimenti altro che 512 mega di memoria, mi ci sarebbero voluti.

26.08, ore 22.30. La cena procede benissimo: un menù a base di pesce fresco, delizia il palato dei trecento invitati, che per tutta riconoscenza non smettono di tormentare i novelli sposi: prima il bacio, poi un ballo a centro sala, poi ancora auguri e saluti in continuazione. Beh, in fondo non credo che i due avessero molta fame, avendo superato le ardue prove cerimoniali. Quindi si sono avviati a fare il giro dei tavoli, per ringraziare gli amici ed i parenti intervenuti. Con sottofondo musicale a base di violino, fisarmonica e basso.

Il ballo è fondamentale 

26.08, ore 23.30. Se mai ti dovesse capitare di essere invitato ad un matrimonio in Calabria, una cosa non dovrà mai mancare al tuo repertorio di provetto don giovanni: il ballo. Eh già, se non vuoi fare la figura del pezzo di legno, come il sottoscritto, ti consiglio di procurarti un corso di ballo su videocassetta, oppure in alternativa frequentare qualche lezione presso la locale scuola di danza. Infatti dopo aver consumato la frutta, è arrivato il momento che tanto temevo: si sono aperte le danze, complice una gradevolissima temperatura all’aperto, che rendeva meno faticoso l’esercizio fisico dopo il pasto. Sono anche stato invitato a ballare un paio di volte, ma con pessimi risultati, che certo non hanno contribuito a far crescere la già poca autostima che nutro verso me stesso. Comunque, per evitare problemi in futuro, mi sto già informando per il corso che tengono nella scuola vicino casa mia.

Abbiamo appena iniziato 

27.08, ore 2 (del mattino). Arriva l’ora dei saluti: la tradizionale distribuzione delle bomboniere chiude la serata, che apparentemente sembra finire con il congedo degli sposi che salgono in macchina e tornano in paese, seguiti da pochi irriducibili amici e parenti. Io ed un parente dello sposo, ci incamminiamo dietro di loro. Le curve per “arrampicarsi” sulla montagna aiutano a digerire l’abbondante pasto.

Il letto, questo sconosciuto

27.08, ore 3.30. La notte è ancora giovane: appuntamento con amici e parenti più resistenti (una cinquantina di persone, almeno) sotto la casa degli sposi, che già s’aspettano di non poter dormire sonni tranquilli. Non manca la fisarmonica e la chitarra. Uno, due, tre… serenata a squarciagola (per la gioia dei vicini di casa). Alla fine i due sono costretti a cedere, aprendo la porta; ma non senza prendersi una piccola soddisfazione: un paio di bicchieri d’acqua colgono impreparati gli astanti in prima fila.

27.08, ore 5.00. Il sole inizia a colorare il cielo in maniera flebile, le stelle lasciano il posto all’alba e vanno a riposarsi (almeno loro). Io invece vengo coinvolto nel “piccolo coro del sottoscala” , variante meno famosa del coro della Scala. Non avevo mai cantato in pubblico davanti ad un nutrito gruppo di persone, ma complice il buon vinello, mi sono divertito un casino. Anche se non sapevo le parole delle canzoncine tipiche della zona, cercavo di orecchiarne il motivetto, unendomi poi al gruppo musicale. Anche gli sposi apprezzavano, seppur con i volti visibilmente provati dalla fatica del giorno appena trascorso.

Ultimi colpi 

27.08, ore 6.00. Suonata l’ultima canzone, i “musici” si congedano dalla platea di entusiasti spettatori senza voce (a forza di consumare le proprie corde vocali), e la gente decide che è ora di ricordarsi di avere una casa dove andare a dormire. Anche io mi dirigo verso casa, con la testa che un po’ mi gira per il vino… per fortuna accompagnato da pane e capicollo, che contribuivano ad asciugare i succhi gastrici del povero stomaco che ancora si chiedeva come mai arrivava giù roba alle sei del mattino.

27.08, ore 14.30. Per abitudine non riesco mai a dormire fino a tardi la mattina, quindi anche essendo andato a letto alle 6, già alle 10.30 ero sveglio. Ho provato a girarmi un po’ nel letto per riprendere sonno, ma non c’è stato verso. Le campane della vicina chiesa, che annunciavano la messa della domenica, hanno poi fatto il resto. Decido allora di vestirmi, aspettando che il padrone di casa e famiglia si sveglino anche loro. Tra un preparativo e l’altro si fanno le 14.30 ed arriva l’ora di ripartire: mi piacerebbe trattenermi ancora, mangiare con loro, ma l’indomani devo essere al lavoro, e non posso concedermi ulteriori “lussi” feriali. Con un pizzico di nostalgia, pigio lentamente l’acceleratore e mi infilo nelle curve della strada che, con un pizzico di tristezza, mi riporterà a casa.

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