due chiacchiere

Meno speranza, più incertezza

Quattro anni fa di questi tempi la parola HOPE (speranza) sotto il faccione Warholiano di Obama, campeggiava dappertutto. Espressione di un sentimento globale degli americani che auspicavano un radicale cambiamento rispetto alla politica di Bush che in otto anni di presidenza aveva portato il Paese sull’orlo di una… crisi di nervi, con gli attacchi dell’11 Settembre, pesanti guerre, ed una politica economica e fiscale che avrebbe innescato la bolla speculativa ed immobiliare da cui ancora oggi stiamo cercando di uscire. In questi quattro anni, Barack Obama ha messo in campo molte iniziative tipicamente democratiche, dando palate di soldi alla gente per far ripartire l’economia.

L’esatto contrario di quello che è stato fatto in Europa, dove invece i cordoni della borsa sono stati stretti, ed il rigore ha finito per strangolare la crescita. Basta guardare ai dati sulla ripresa nei due continenti, per capire che la ricetta del nero abbronzato (come lo etichettò Berlusconi) sta funzionando, ma ha bisogno di più tempo per essere implementata nella sua interezza. Romney, dal canto suo, avrebbe lasciato fallire le grandi case automobilistiche nazionali, forte del credo di Adam Smith secondo cui la mano invisibile del mercato è in grado di aggiustare tutto.

Oggi gli americani sono nuovamente chiamati alle urne, e l’entusiasmo di quattro anni fa è rimpiazzato da una sobria mestizia, dalla paura che chiunque vada al governo, bisognerà soffrire ancora per molti anni, e che la ricchezza ed il benessere che avevano attirato masse di immigrati, sia solo un ricordo del passato. Intanto il resto del mondo, Cina in testa, ha gli occhi puntati su di noi, ognuno a tifare per l’uno o per l’altro, secondo le proprie motivazioni, i propri tornaconti, o semplicemente per sentirsi parte di questa celebrazione della democrazia. Io andrò a votare nel pomeriggio, tornando a casa dal lavoro, ed esibirò orgoglioso l’adesivo che danno al seggio, con sopra scritto I voted.

Commenti

  1. ondiz ha detto:

    Forse OT ma il titolo mi ha suggerito questo commento.
    Se l’azienda per cui lavori come consulente da 10 anni ogni giorno 8 ore al giorno ti dicesse: “adesso basta le direttive della direzione sono, niente più freelance (anche grazie alla fornero) e solo srl… se vuoi fai una srl o ti fai assumere da un’altra azienda esterna”… Come reagiresti? Il sentimento sarebbe speranza o incertezza?

    1. camu ha detto:

      Personalmente reagirei con un sentimento d’incertezza. Dopo 10 anni, se mi trattano così, vuol dire che non hanno intenzioni serie per la collaborazione in atto, e che mi considerano solo una delle tante pedine intercambiabili dell’organico. Penserei che il prodotto o servizio che ho gestito in consulenza non è per loro così strategico dopo tutto. E mi darei parte della colpa per non averlo reso tale, per non aver creato una percezione diversa ed aver lavorato “politicamente” per costruire agganci più solidi…

      1. ondiz ha detto:

        @camu: buona risposta mi hai spiazzato.
        Ad ogni modo danno tutto in outsourcing ad aziende più grosse.

        1. camu ha detto:

          @ondiz: non ho mai sposato la filosofia dell’outsourcing: se da un lato evita di assumere personale e di far fare il “lavoro sporco” ad un esterno, dall’altro non consente di accumulare know-how interno, crea dipendenze da ditte ciucciasangue e, per esperienza personale, conduce ad un prodotto o servizio “mezzo cotto” (come dicono qui in America), dato che le aziende esterne hanno solo una visione parziale dei flussi e delle dinamiche interne.

          Per carità, se una falegnameria vuole dare in outsourcing la contabilità, va pure bene, non essendo parte del core business, ma tutto il resto dovrebbe stare all’interno (incluso il marketing).

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