due chiacchiere

Quando mi chiedono come sto

In America, ovunque vai, la persona che ti troverai di fronte, al supermercato, al bar, sull’autobus, inevitabilmente comincerà la conversazione con il classico Hi, how are you doing?, ciao, come stai? Una domanda retoricissima a cui si risponde, con noncuranza, well, and you? bene, e tu? Un retaggio storico di britannica memoria, che però è stato completamente svuotato di ogni significato sincero. Quando la cassiera al centro commerciale mi chiede come sto, non vuole certo sapere la storia della mia vita, o che ogni giorno mi sveglio col patema d’animo e la preoccupazione per il mio stato di salute e per il costo della vita che continua a salire ed il mio stipendio che invece rimane sempre uguale. Vuole semplicemente sentirsi rispondere “bene, grazie”, mentre passa i vari prodotti al lettore di codici a barre.

Eppure, dietro quella formula automatica, si nasconde una contraddizione interessante. Non siamo mai stati così connessi e, allo stesso tempo, così soli. Possiamo comunicare istantaneamente con persone dall’altra parte del mondo, condividere ogni dettaglio della nostra giornata sui social network, partecipare a decine di conversazioni contemporaneamente. Ma quante di queste interazioni sono davvero capaci di accogliere una risposta sincera alla domanda “come stai?”.

In una società sempre più individualista, il benessere è spesso raccontato come una responsabilità esclusivamente personale. Se sei felice, è merito tuo. Se hai successo, è frutto del tuo impegno. Se invece attraversi un momento difficile, la soluzione sembra dover arrivare da una maggiore forza di volontà, da una migliore organizzazione, da una nuova strategia di crescita personale. Si parla molto di prendersi cura di sé stessi, molto meno di prendersi cura degli altri.

Lentamente, almeno qui in America, abbiamo trasformato i rapporti umani in rapporti funzionali. Il vicino di casa è qualcuno che incrociamo senza conoscere il nome. Il collega è una persona con cui collaboriamo per raggiungere un obiettivo. Persino le amicizie rischiano talvolta di essere valutate in termini di utilità, di convenienza, di tempo disponibile. La comunità, intesa come rete di relazioni fondate sulla responsabilità condivisa, sembra essersi assottigliata fino quasi a scomparire.

Il problema è che abbiamo smesso di essere pronti ad ascoltare la risposta a quella domanda retorica. Una risposta autentica potrebbe costringerci a uscire dal guscio, a dedicare qualche minuto in più, ad offrire un aiuto concreto, a condividere un peso che non è il nostro. In una cultura che celebra l’autonomia e l’autosufficienza, la dipendenza reciproca viene spesso percepita come una debolezza anziché come una delle caratteristiche più profonde della condizione umana. Ed è qui che sono cominciati i problemi della società moderna. Forse dovremmo tornare ai tempi in cui “si stava peggio”, ma anche i tempi in cui i vicini di casa diventavano amici, con cui condividere un pezzo della propria vita.

Commenti

  1. Piero_TM_R ha scritto:

    Siamo diventati più cinici e disinteressati al prossimo, in generale e a molti livelli. Pensa al fatto che mentre stai parlando con qualcuno, quel qualcuno si distrae per guardare la notifica sul telefono o lo smartwatch non prestando la necessaria attenzione al discorso. La domanda posta in generale è una convenzione come salutare quando si scende dall’ascensore, dopo aver letto con molta attenzione la capacità e peso appesa alla cabina senza incrociare gli occhi degli altri.

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