due chiacchiere

Cinque anni in America

Ricordo l’ultimo giorno in Italia come se fosse ieri. La moglie era partita da alcune settimane, per iniziare la caccia al lavoro nel nuovo Continente in modo che almeno uno dei due potesse portare la pagnotta a casa, in questa fase di transizione. Io dal canto mio avevo iniziato la frenetica ricerca di un impiego, spedendo curriculum a destra ed a manca, e racimolando un cospicuo bottino di 5 colloqui nelle prime due settimane, tutto tramite Internet (benedetto sia chi l’ha inventata). L’appartamento che ci aveva ospitati per 5 anni in Italia era oramai completamente vuoto, l’automobile era stata venduta (portarla qui in America costava 3000 dollari, più tutte le pratiche per l’omologazione), gli amici erano stati salutati. Tutto era pronto, insomma, per questo salto nel buio.

In realtà tanto buio non era: mia moglie, essendo nata e cresciuta in America, non era certo sprovveduta. Il mio datore di lavoro italiano, a sua volta, mi concedeva un’aspettativa non retribuita di 1 anno per motivi personali: una rete di protezione non indifferente, a ben pensarci. Ed infine il cambio favorevole (per me) tra euro e dollaro, che gonfiava magicamente i risparmi che avevamo da parte. Insomma, non ero certo l’immigrato con la valigia di cartone che s’imbarcava alla ricerca di miglior fortuna.

La notte prima della partenza, com’è ovvio, non riuscii a chiudere occhio: una tempesta di sensazioni diverse mi scombussolava la mente. Avevamo iniziato a progettare questo passo già prima di sposarci, ed ora dopo tante attese e pratiche burocratiche, il gran momento era davvero arrivato. In 24 ore sarei entrato negli Stati Uniti non più come un visitatore qualunque, ma come un residente a tutti gli effetti. Con vari timbri sul passaporto che mi garantivano permanenza illimitata sul suolo americano. L’aereo Lufthansa (figuriamoci se sceglievo Alitalia per un viaggio così importante, eh eh) era un Boeing 747 di quelli con la gobba in testa, e tra un film ed un pisolino, le otto ore di viaggio “volarono” in un soffio.

In America erano le 6 di sera all’arrivo: sorvolando i cieli del Maine (la punta più a oriente degli Stati Uniti) vidi le luci delle città dal finestrino e senza volerlo mi si inumidirono gli occhi per l’emozione. Quando si varca il gate all’aeroporto, ad un certo punto, prima di entrare nell’immensa sala con gli sportelli dove controllano i passaporti, sulla porta campeggia enorme la scritta “Welcome to the United States of America” con l’immancabile aquila. Non si può descrivere il brivido di gioia che mi attraversò la schiena in quel momento.

Spesso mi viene chiesto quanto mi piaccia l’America e se sia contento di vivere qui. Dopo cinque anni, ho capito che anche qui non è tutto rose e fiori, ma l’entusiasmo iniziale non è scemato per nulla. Qui ho trovato la soddisfazione lavorativa che in Italia mi era stata negata per anni da bigotti dirigenti e contratti rigidi. Ho imparato cosa voglia dire amare la Nazione che mi ha accolto, anche nei momenti difficili in cui succedono le tragedie che tutti leggiamo nei giornali. Ed ho preso la cittadinanza per poter dare il mio piccolo contributo anche nel segreto dell’urna.

Altri mi chiedono se io consideri la mia “casa” più l’America o l’Italia, e non ho dubbi neppure qui a rispondere: questo Paese m’ha accolto quasi fossi un pezzo pregiato, ed io non posso che ricambiare sentendomi a casa mia, finalmente.

Commenti

  1. CyberAngel ha detto:

    Rileggo sempre con piacere la storia della tua “nuova” vita e non posso che essere contento per te e sentirmi un po’ invidioso ma con la speranza che anche per me ci sarà un futuro roseo. Think positive, direste voi americani! 😉
    Con affetto…

    1. camu ha detto:

      @CyberAngel: la speranza te la devi costruire tu, non aspettare che ti caschi dal cielo 😉

      1. CyberAngel ha detto:

        @camu: Certo camu e io mi impegno per questo. Faccio qualsiasi lavoretto e anche oggi ho mandato una decina di CV ma la situazione è alquanto brutta e anche per andar via ci vuole qualcosa da parte.

        1. camu ha detto:

          @CyberAngel: ecco, è questo che mi piace leggere! 🙂

  2. Bobo ha detto:

    Ti invidio e ti ammiro per il coraggio che hai avuto; quello che hai trovato te lo sei meritato per aver voluto provare.
    Per alcune scelte famigliari non credo che potrò mai fare altrettanto, ma divoro sempre con piacere questi tuoi post perchè per un attimo mi posso immedesimare in chi ha ancora la possibilità di valutare questa strada.

    1. camu ha detto:

      @Bobo: le poche righe che scrivo in occasione di questa ricorrenza sono sempre mirate a far sognare chi si trova in Italia, suggerendo tra le righe che volere è potere. Gli Italiani dei secoli scorsi hanno conquistato mari e monti, e non si sono tirati indietro di fronte a sfide ben più grandi: adesso è il momento di indossare di nuovo una spina dorsale e fare della propria vita qualcosa che sia valso la pena vivere.

  3. Hector ha detto:

    Siccome hai avuto il Social Security Number non hai avuto bisogno di alcun visto?

    1. camu ha detto:

      @Hector: come direbbero qui, it’s the other way around, o quasi. Il visto ce l’avevo prima di partire (non si può entrare in America senza visto), ed in attesa che mi venisse assegnato il SSN, i vari datori di lavoro si fidavano del mio visto, come prova che io fossi autorizzato a lavorare negli Stati Uniti. Ho provveduto a correggere il mio post qui sopra, nel punto in cui generava questa confusione. Grazie per avermelo fatto notare!

      1. Hector ha detto:

        @camu: Non c’è di che è un piacere leggerti 🙂

  4. Samuele ha detto:

    Leggo questo post tutti gli anni e tutte e volte lo trovo affascinante. 😉
    Io ho fatto lo stesso percorso: ho preso la macchina, ho lasciato Imperia e mentre scollinavo il Nava per la mia nuova vita in provincia di Cuneo mi è scesa una lacrimuccia. 😀

    1. camu ha detto:

      Prometto che l’anno prossimo scriverò qualcosa di diverso 😀 Ben trovato da queste parti!

  5. Samuele ha detto:

    Ben trovato? Ma veramente ci vivo da queste parti! 😉

    1. camu ha detto:

      @Samuele: eheh allora si vede che stai sempre chiuso nella tua camera oscura 😛

  6. Giuseppe ha detto:

    Ho scoperto il tuo blog tramite quello di Alain De Carolis.
    Io pure sono un “mezzo” cervello in fuga perchè mi sono spostato (dal 2008 anche io!) dalla mia amata Puglia a Roma (quindi un fuga breve..).
    Capisco chi come te ha ambizioni lavorative e voglia di migliorarsi a livello sociale. E’ stato ciò che mi ha spinto a venire qui nella capitale.

    Però è pure vero che un paese perfetto non esiste, e tante volte si perdono di vista i lati positivi che ogni luogo possiede. Io ho riscoperto quelli della mia terra, e forse a breve riuscirò a tornarci.
    Sarà tutto più complicato ma finalmente potrò contribuire col mio sudore e la mia fatica a migliorare quella che reputo CASA.

    Mama, i’m coming home!

    1. camu ha detto:

      @Giuseppe: ammiro le persone come te che, nonostante l’evidenza che tutto stia andando a rotoli, hanno ancora il coraggio di volerci provare 🙂

  7. Lure ha detto:

    Non risco mai a trovare le parole giuste per commentare questi post.
    Un abbraccio 🙂

  8. Lure ha detto:

    Dimenticavo, mia moglie ha parenti nel NJ, prima o poi ci decideremo ad andarli a trovare. Nel caso … accendi la macchinetta del caffè (Espresso ! Non il bibitone :D)

    1. camu ha detto:

      @Lure: il mondo è proprio piccolo 🙂 Se venite da queste parti, fammi un fischio. Ho la Mukka già pronta…

  9. Francesca ha detto:

    Davvero bello, si sente tutta la tua emozione e anch’io provo un po’ di invidia e voglia di avere il coraggio di fare quello che vogliamo. Grazie 🙂

    1. camu ha detto:

      @Francesca: grazie a te e benvenuta!

  10. skip ha detto:

    Nella vita bisogna osare e soprattutto trovare dentro di se’ la convinzione che si può riuscire. È più facile partire quando si è delusi o senza alternative , più difficile lasciare per altre ragioni un luogo ove si stava bene. C’è chi sopporta e chi cerca i cambiamenti: io rientro tra i secondi, perché credo che ogni trasferimento sia un’occasione di confronto, di scoperta , di esperienza e di crescita. Oggi poi e’ possibile accorciare le distanze affettive in altri modi, vedersi e sentirsi via internet. Io e i miei cari siamo sopravvissuti con le lettere e la telefonata a cadenza mensile, decenni e decenni fa, per cui non mi spaventerebbe l’ eventuale decisione dei miei figli a trasferirsi altrove.

    1. camu ha detto:

      Verissimo, Skype e soci fanno arrivare i nostri amici e parenti in salotto con un paio di click (peccato che non facciano arrivare le leccornie italiane con altrettanta facilità eh eh). E poi conosco parenti che abitano nello stesso paesino ed a stento si salutano: non è certo la distanza fisica il vero problema 😉

  11. Davide ha detto:

    Camu ma in amercica che lavoro fai precisamente?

  12. dario ha detto:

    “Il luogo ideale, per me, è quello in cui è più naturale vivere da straniero”.
    (Italo Calvino)

    d.

Lascia un commento