due chiacchiere

Destra o sinistra? No, indietro

Nelle scorse settimane sono uscite sui giornali due notizie che hanno rinforzano la mia convinzione di essermene scappato da questo Belpaese in decomposizione. La prima ci informa che, secondo l’Unioncamere, l’Italia è il fanalino di coda (il modo di dire, in questo caso, casca proprio bene) nello sviluppo della rete autostradale. Se negli anni Ottanta eravamo praticamente i primi in Europa, adesso siamo stati abbondantemente superati da Spagna e Francia: i nostri governanti hanno costruito soltanto 64 chilometri di nuove strade, contro gli oltre 2000 della Spagna. Qualcuno ha osato ribadire: vabbè, il nostro territorio è molto più montagnoso e la forma a Stivale certo non agevola le cose. Ma davvero c’è gente in grado di sostenere seriamente questa tesi? La verità è un’altra: non abbiamo più voglia di crescere.

La conferma mi viene leggendo la seconda notizia: i dipendenti della pubblica amministrazione italica sono sempre più lavativi. L’ennesima indagine a telecamere nascoste, svela la poca voglia di lavorare negli uffici pubblici. Quelli che, paradossalmente, dovrebbero mandare avanti questo Paese: costruendo nuove infrastrutture, offrendo servizi competitivi ed adeguati alle tasse che si pagano, e via dicendo. Invece rimane una specie di aspirapolvere dei quattrini pubblici, che non crea benessere in Italia.

Ecco perché la crisi americana mi preoccupa molto meno che quella Italiana: anche qui la benzina aumenta, le tasse sono un po’ più salate, il consumo di beni e servizi si adegua. Però l’efficienza dell’apparato burocratico fa si che, nei momenti difficili, si possa sempre contare sulla pubblica amministrazione, che più che lasciarsi trascinare dal vento del momento, è in grado di guidare la barca per non lasciarla in balia della tempesta. Anche grazie alla potente rete di infrastrutture di cui l’America si è oramai dotata da tempo. La morale della favola? Non importa che in Italia ci sia un governo di destra o sinistra: il Paese continuerà ad andare indietro.

Commenti

  1. Federico ha detto:

    Camu, non commento (e soprattutto non posto più), ma non vuol dire che non ti legga.
    Ora lavoro come revisore contabile (per una società multinazionale) e sono “in servizio” presso una azienda municipalizzata del Comune di Roma.
    Il servizio di Repubblica, lo vivo ogni mattina: si timbra, e si esce; oppure, si timbra e si va in una pausa caffè, infinita. Poi, finalmente, si sale, si accende il PC, la radio, e si “inizia a lavorare”. Alle 10.30 (dopo neanche un’ora) è l’ora della pausa sigaretta e caffè, fino alle 11.15. Alle 12.30 è pausa pranzo (spontanea e non autorizzata). Le porte delle stanze si chiudono, si spande un buon profumo e… si pranza… ovviamente, non possiamo essere ricevuti. Alle 14.00 è la pausa pranzo ufficiale, fino alle 15.00 (non si deve badgare!); poi pausa caffe (non ufficiale), fino alle 15.30. Alle 17.00 si spegne il tutto e si va davanti al tornello, perchè l’uscita è alle 17.30, dopo una lunga (e dura) giornata di lavoro.
    Non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Certo ci sono persone che lavorano. Poche.
    Questa è la pubblica amministrazione vista da una nuova generazione.

  2. Piero_TM_R ha detto:

    Che dire, è vero, in Italia si segue la corrente, ma non si cerca di dominarla, gli uffici pubblici sono terribili, io ci lavoro a stratto contatto (sono geometra) e sono un incubo per lentezza e burocrazia! Pensa che ho presentato un progetto per un cliente per sopraelevare di un piano una casa, tutto bene, pareri positivi, ma l’area di competenza lo tiene li bloccato perchè hanno da fare, così il cliente ha tutto fermo! Motivo sconosciuto, soluzione? Aspettare e avere fiducia.
    E’ tutto troppo lento e l’economia stagna, uccidendo l’iniziativa privata.

  3. Artemisia ha detto:

    Forse destra e sinistra ormai sono talmente simili e con tanti interessi (personali) in comune che hanno poca voglia di far funzionare bene le cose. Inoltre da quando tutti noi abbiamo dimenticato le nostre radici contadine tutto va a rotoli…

    (ehm, la citazione sulle pagine di Repubblica è la prima della mia vita di blogger. E sarà anche l’ultima eheh)

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