Correva l’anno 2023 quando un mio amico mi consigliò di leggere per la prima volta il libro La fabbrica del consenso: la politica ed i mass media, di Noam Chomsky. Un libro che avrei dovuto leggere vent’anni fa, quando iniziai a progettare la mia fuga verso gli Stati Uniti, poi concretizzatasi nel febbraio del 2008. Un libro che analizza, con dovizia di particolari, come il Paese a stelle e strisce abbia usato nei decenni del dopoguerra una subdola propaganda per giustificare le proprie azioni in giro per il mondo. Basta pensare ad esempio ai film d’azione che arrivano dagli States, e che sembrano politicamente neutri, solo divertimento, ma che in realtà trasmettono una visione del mondo coerente con i valori e gli interessi del sistema che li produce.

E dire che ad un corso di tecniche della comunicazione a cui mi ero iscritto proprio nel 2006, avevano parlato della teoria dell’agenda setting, secondo cui i media spesso non ci dicono cosa pensare, ma “a cosa” pensare. La differenza è sostanziale: mettendo in risalto certe notizie, e tralasciandone altre, l’opinione pubblica è influenzata sul farsi un’idea di come va il mondo basata su una lista incompleta di informazioni. Quello che descrive Chomsky nel suo libro è un approccio simile, in cui l’elemento centrale è la rappresentazione degli Stati Uniti come forza fondamentalmente morale. Tornando ai film d’azione, il protagonista americano agisce quasi sempre per difesa o per necessità, e la violenza viene giustificata come inevitabile.
I nemici sono generalmente costruiti in modo semplice e astratto. Terroristi, stati-canaglia o criminali appaiono spesso privi di una storia, di motivazioni comprensibili o di un contesto politico che lasci intravedere perché sono diventati “cattivi” nel tempo. E questa semplificazione permette una facile disumanizzazione dell’avversario. Proprio come per l’agenda setting, la propaganda moderna non ha bisogno di mentire apertamente, ma si limita a nascondere il contesto storico e politico per rendere accettabili la guerra, l’intervento militare e la violenza sistematica. Violenza che, se fosse perpetrata da altri, verrebbe invece vista come un chiaro attacco alla democrazia. I fatti di questi giorni in Venezuela sono un esempio lampante di quello che spiega Chomsky, e di cui parlerò in un post a parte.
Qualcuno potrebbe vedere dei paralleli con la propaganda fascista portata avanti da Mussolini, con il suo Ministero della cultura popolare, l’uomo nuovo, i continui riferimenti all’epoca romana e via dicendo. Ma il cambio di prospettiva che hanno portato avanti gli Stati Uniti negli ultimi decenni è incentrato sul convincere non solo i propri cittadini, ma il mondo intero, che le azioni perpetrate dalla CIA per destabilizzare governi in giro per il globo, erano tutte a fin di bene, e che i dittatori di turno erano appunto nemici della nazione.
Chomsky, nel supportare con fatti e documenti le sue analisi, mette in evidenza la collaborazione diretta tra Hollywood e l’apparato militare statunitense. In molti casi, si legge nel libro, l’accesso a mezzi, basi e consulenze militari è concesso solo in cambio di un controllo sulle sceneggiature. Il risultato è una rappresentazione dell’esercito come competente, etico e necessario, mentre qualsiasi critica strutturale, come il ruolo degli interessi economici, o peggio ancora l’imperialismo o i crimini di guerra, viene esclusa a priori. Ed è per questo che ho smesso di guardare, ad esempio, i film della Marvel. Perché sotto la patina del supereroe che salva il mondo, si nasconde questo subdolo lavaggio del cervello globale con lo scopo di giustificare l’aggressività impunita di questa nazione.
Commenti
carlo calati (massimolegnani) ha scritto:
nell’ultima riga hai usato l’aggettivo che da solo identifica il metodo di comunicare americano, subdolo! E questo aggettivo differenzia la propaganda statunitense da quella del fascismo che non era così sottile, era molto più lampante, sfacciata, retorica.
ml
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camu ha scritto:
Ed è il motivo per cui la maggioranza subisce questo lavaggio del cervello senza lamentarsi. Siamo come la proverbiale rana che cuoce lentamente nel pentolone senza accorgersene. E questo mette in evidenza la massiccia ipocrisia cje si nasconde dietro la propaganda. Perché se Trump invade il Venezuela allora tutti a fischiettare facendo finta di nulla, ma immagina se fosse stata la Cina con Taiwan.
Trap ha scritto:
Sto leggendo un libro di Mieli, “Il prezzo della pace”. Dice una cosa: dalla seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti, con il loro esercito più potente del mondo, non sono più riusciti a “vincere” una guerra. “[…] Potevano mettere al loro «attivo» solo la riuscita di qualche colpo di Stato in America Latina che aveva ulteriormente macchiato la loro immagine. A ben guardare avevano perso anche la Guerra fredda. Dal momento che, dopo la caduta del comunismo, si era messo in moto un processo centrifugo che non aveva portato loro nessuna
acquisizione di nuove amicizie. Anzi, persino i Paesi europei impegnati in un macchinoso processo di unificazione prendevano le distanze, con maggiore o minore ostentazione, da Washington. E in quello che una volta veniva definito Terzo Mondo le cose non andavano granché meglio. Ebbero, gli Usa, già prima dell’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, la sensazione di essersi dissanguati in aiuti economici e militari che garantivano un’apparenza di egemonia, egemonia che, però, non trovava riscontro in niente di reale.[…]”
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camu ha scritto:
Grazie, lo aggiungo alla lista dei libri da leggere. E comunque si, Trump è solo la punta dell’iceberg: Iraq, Libia, Kossovo, Siria, Afghanistan, sono tutti esempi di come l’America continua a proteggere i propri interessi lasciandosi dietro una scia di sangue e caos. Però i cattivi sono i cinesi…