due chiacchiere

La scuola di Don Milani 2.0

Tempo fa, ancora fresco d’immigrazione, mi divertivo ad elencare le differenze tra Stati Uniti e Belpaese sotto vari punti di vista, tra cui l’istruzione e la politica. Povero me, ero ancora pieno d’entusiasmo ed ovviamente non riuscivo che a vedere i lati positivi di ogni cosa. A quasi quattro anni di distanza dal giorno in cui ho varcato la dogana come residente, ho avuto modo di osservare la realtà più da vicino. Rendendomi conto che, probabilmente anche grazie a questa crisi che ci ha fatto risvegliare dal sogno americano, non è tutto rose e fiori neppure da questa parte dell’Atlantico.

Quello che però continua a fare la differenza tra Italia ed America è la voglia di provarci, di sperimentare, di far “sporcare le mani” agli studenti con tanta pratica (forse troppa) e poca teoria, di un sistema economico che investe nella ricerca e che retribuisce e coccola i propri cervelli, di un corpo docente carico del tipico ottimismo a stelle e strisce, non abbandonato al deprimente stato di fabbricanti di diplomi come i colleghi italiani. Tant’è che mentre qui abbiamo gli “indignados” di Wall Street, qualcuno scriveva che in Italia invece ci sono i “rassegnados” 🙂

Invertire il ritmo scolastico

In quest’ottica m’ha colpito un esperimento che stanno conducendo in California (sempre avanti, loro), con l’introduzione delle nuove tecnologie nella vita quotidiana degli studenti. Se Don Milani fosse vivo oggi, ed avesse a disposizione YouTube e soci, sarebbe particolarmente felice di usarli nella sua scuola di Barbiana. E forse invece che parlare della piccola sezione elementare di Los Altos, si parlerebbe dell’Italia come apripista di questo nuovo modo d’insegnare. Che a me pare quasi l’uovo di Colombo: invertire il ritmo dell’apprendimento, ascoltando la lezione a casa e facendo i compiti in classe.

In fondo, osservano i promotori, il momento in cui l’alunno ha più bisogno d’aiuto è quando si trova ad affrontare un’equazione matematica, non quando ascolta la maestra che ne spiega la teoria. Non solo, ogni studente ha in genere un proprio ritmo d’apprendimento: non sempre quello che è immediatamente chiaro a Giulio sarà palese per Andrea. Ed alzare la mano per interrompere l’insegnante “costa” fatica e provoca imbarazzo: succede spesso che Andrea preferisce rimanere indietro piuttosto che palesare i propri dubbi.

Ad ognuno il proprio ritmo

Finisce così che il metodo classico di avere come target lo scolaro “medio” non funziona quasi mai, e molti di noi hanno esperienze in grado di provarlo. Il ragazzo sveglio si sentirà annoiato perché il ritmo è troppo lento, ed inizierà a perdere interesse nella materia; analogamente il ragazzo lento si troverà presto indietro per il ritmo troppo veloce, ed anche lui perderà interesse non riuscendo a capire quello che gli viene spiegato. La possibilità di guardare la lezione a casa su YouTube sembra offrire una soluzione proprio a questo problema: ognuno sarà libero di fermare il video, tornare indietro, o saltare passaggi ovvi, nella privacy della propria cameretta. E potrà approfondire o chiarire i propri dubbi con l’insegnante durante gli esercizi in classe, sviluppando un dibattito che fa sentire tutti partecipi. Sembra troppo bello per essere vero, e non mancano, anche in America, gli scettici e le critiche. Però tentar non nuoce, ed il fatto che alcuni studenti di quinta elementare siano in grado di affrontare problemi di trigonometria, è un’indicazione delle potenzialità di quest’approccio.

Khan Academy, i privati investono nella scuola

Parte del merito nel portare avanti questa piccola rivoluzione va riconosciuta ad un’azienda privata. Nata quasi per caso quando la nipote di un ingegnere chiese allo zio di spiegarle alcuni problemi di matematica, pur trovandosi dall’altra parte degli Stati Uniti. Salman Khan, il fondatore della Khan Academy, pensò che avrebbe potuto registrare dei video, caricarli su YouTube, e poi mandarli alla nipotina. Pian piano, quei video iniziarono a diventare popolari nell’ambiente scolastico, principalmente per via del passaparola o grazie ad insegnanti curiosi di esplorare nuove tecniche. Spronato da quest’inatteso successo, Salman iniziò a sfornare video dopo video, espandendo gli argomenti trattati, dalla fisica alla trigonometria, dalla politica all’economia. Ancora oggi, ogni lezione è fatta (più o meno) nella maniera “artigianale” con cui erano confezionati i video per la nipote.

Semplicità e monitoraggio

Forse proprio questo è il segreto del suo successo. La sensazione di aver di fronte non un professore in cattedra, non una voce baritonale che incute timore, ma piuttosto un amico che spiega equazioni e disegna triangoli su un tovagliolo mentre s’aspetta la pizza. Il linguaggio semplice ed accessibile, e la possibilità di fare domande nei commenti al video, e di riguardare la lezione tutte le volte che si vuole. Ma come diceva una volta una bella pubblicità della Pirelli, mi pare, la potenza è nulla senza controllo. Questo l’hanno capito anche quelli di Khan Academy, quando hanno deciso di affiancare ai video un completo sistema di test e monitoraggio, in grado di dare all’insegnante un quadro completo della situazione della propria classe, e statistiche su quale approccio stia funzionando meglio per ogni alunno.

Ora Khan, grazie anche ad una infusione di soldi da parte di Microsoft e Google, sta pensando di aprire la sua scuola, legalmente riconosciuta. Per sfruttare i cinque anni di video a sua disposizione, ma soprattutto la conoscenza accumulata con i quiz a cui milioni di studenti hanno risposto, con i profili degli alunni e le statistiche sui ritmi d’apprendimento. Lui sa già quante volte un utente deve guardare in media la seconda lezione di statistica per poter rispondere correttamente alle domande del quiz corrispondente. E quest’informazione vale oro, perché consente di ritagliare percorsi formativi mirati per ogni stile d’apprendimento e per ogni singolo studente. Quando questa scuola aprirà, sul volto di Don Milani lassù spunterà un sorriso.

Riferimenti

  • Il video del monologo di Salman Khan durante TED 2011, in cui racconta tutta la sua storia (con sottotitoli in Italiano)

Commenti

  1. Emanuele ha detto:

    “Non è tutto rose e fiori neppure da questa parte dell’Atlantico”
    Ho dovuto seguirti quattro anni per leggere questa frase. 😀
    Ahahah. 😛
    Ciao,
    Emanuele

    1. camu ha detto:

      @Emanuele: chissà quanto toccherà aspettare a me per leggere qualcosa di sincero sull’iPhone 😀

      1. Emanuele ha detto:

        Il mio è nero.
        Ciao,
        Emanuele

        1. camu ha detto:

          @Emanuele: LOL, okay 🙂

      2. CyberAngel ha detto:

        @camu: Tu continua ad usarlo e poi ci dirai… Nel frattempo aspetto il 4stupid…

  2. CyberAngel ha detto:

    E comunque bell’articolo. Vedo che stai mettendo in pratica il consiglio di cominciare a scriverne di lunghi (non esagerare però :P) meno quello dei link. 😉 C’era in giro Wired per caso? Però il ricordo di Don Milani è davvero azzeccato, lui è stato davvero un pioniere per il suo tempo, peccato che in quest’era digitale nessuno abbia fatto qualcosa di così poco ortodosso come fece lui. Sicuramente Salman Khan è un buon inizio; attendiamo che qualcuno raccolga la sfida (magari qualche governo lungimirante come quello della California).

    1. camu ha detto:

      Visti i commenti off-topic qui sopra, stavo iniziando a pensare che ai miei lettori della scuola non frega un piffero 😉 O forse è la battuta sui rassegnados a dare amarezza?

      La differenza tra la crisi del 29 e questa è proprio nei governanti, oggi troppo presi a risolvere l’immediato trascurando la “lunga portata” degli investimenti sull’educazione. Questa generazione si sta mangiando tutta la ricchezza generata dalla precedente (non solo economica e monetaria) e per di più non sta facendo nulla per lasciare qualcosa alla successiva. Anzi (vedi pensioni) dice “spiacenti, voi dovete tirare la cinghia perché noi abbiamo gozzovigliato troppo”.

      Salvare le banche senza investire nella scuola ci costerà molto caro! Italia in primis…

  3. fiordicactus ha detto:

    Letto, interessante lo consiglierò alla NipoteFashion, che non va bene in matematica . . . ho un’altrta nipote che dovrà operarsi e stare lontana da scuola per almeno un mese, la madre si dispera perché resterà indietro (1° anno liceo linguistico), io le ho prospettato che con un portatile in classe e il Pc a casa può stare al passo, pareva che gli avessi proposto di mandarla su Marte! 🙂
    Sono convinta che tutti i grandi del passato avrebbero saputo aproffittare al meglio dei nuovi mezzi tecnologici . . . San Paolo sarebbe su Twitter dall’inizio (oltre ad avere profili in ogni social network) . . . Garibaldi avrebbe organizzato al meglio lo sbarco a Marsala con Facebook (avrebbe avuto un gruppo) . . . e Ulisse avrebbe potuto deliziarci col suo blog sui dieci anni di guerra + dieci di girovagare! (Oddio, girovagare, mica tanto, poi Penelope lo teneva d’occhio! Magari per tenersi in contatto usavano Skype così, tornava a casa prima)
    Buona notte, qua è tardi, domattina devo dedicarmi al PiccoloLord, che al Pc vuol vedere solo la zia che canta e “balla” . . . per il resto non sta fermo un attimo! :-///
    Ciao, R

  4. from uk ha detto:

    la scuola di barbiana!
    ma a livello universitario tra italia e resto del mondo c’è un abisso. Certo noi produciamo comunque ottimi scienziati(ma sono un piccola piccola minoranza dei laureati totali) ma manca la gente con le idee e le capacità per innovare fuori dai laboratori di ricerca.

  5. loredana ha detto:

    Un articolo davvero molto interessante e intelligente, io sono spagnola ma da due anni abito in Italia. Posso affermare che i sistemi educativi in italia e spagna sono molto simili e molto indietro rispetto ai paesi del nord d’europa o gli stati uniti. Non riesco a capire come la nostra classe politica è così cieca da non vedere che la prosperità e il futuro e in mano di quelli che ad oggi vano a scuola, pertanto il nostro primo investimento deve essere indirizzato all’educazione.

  6. Francesco ha detto:

    Ciao, forse può consolarvi sapere che già dal 2004 in Italia lo stato dell’arte era già a questo stadio (anzi, senza voler fare torto: più avanti).
    Ho seguito a Parma (Italy) un corso di specializzazione per Esperti in metodologie per l’E-learning (con focus sull’Accessibilità web!).
    L’inversione concettuale consisteva nel non elaborare sulla base dell’insegnamento ma dell’apprendimento.
    L’altro elemento essenziale era l’interattività: non più formazione a distanza unidirezionale (Scuola Radio Elettra o Scuola per tutti del Maestro Manzi) ma elaborazione e rifinitura di modelli basati sullo scambio in presenza (base comunque della didattica) e sull’interazione a distanza con la videoconferenza e soprattutto le tecnologie della Rete.
    La fruizione a distanza può essere sincrona (videoconferenza, chat) e asincrona (e-mail, forum, wiki) con l’opportunità felicemente esposta da Camu del collegamento in qualsiasi ora dalla propria cameretta.
    Oltre il video, dunque, il vedere emergere online personalità e potenzialità che in presenza tacciono: figura preposta a gestire e studiare le dinamiche dell’interazione a distanza è il facilitatore dell’apprendimento, il tutor (lungo modulo con simulazioni al corso a Parma), mentre su tutto veglia un mentore esperto di Formazione.

    1. camu ha detto:

      @Francesco: che tu sappia quest’esempio di Parma è stato ripreso a livello più ampio o da qualche scuola pubblica? Mi interesserebbe approfondire l’argomento per quanto riguarda l’Italia, ma finora ho trovato ben poco in merito.

      1. Francesco ha detto:

        @camu: purtroppo tutti (a quanto mi risulta) i colleghi di corso nonchè gli enti organizzatori (di cui uno unico responsabile per la Formazione per la Pubblica Amministrazione per la Provincia di Parma) hanno riscontrato che la Scuola italiana non ha investito sull’E-learning.E anche gli enti privati sovvenzionati si sono affidati a pacchetti riidi che contemplavano in misura minima l’interattività.
        Tanto per soddisfare l’indicazione di includere un minimo stabilito di ore online nei moduli dei corsi.
        Uno dei maggiori ostacoli il rischio di intaccare la posizione dell’insegnante tradizionale che non abbandona il possesso del gessetto per l’utilizzo di materiali didattci progettati da altri per l’online.

        1. camu ha detto:

          Era proprio ciò che volevo mettere in evidenza con il mio articolo 🙂 In Italia fin troppa gente è attaccata alla poltrona, o meglio al gessetto in questo caso…

      2. Francesco ha detto:

        @camu: Come case studies posso raccontare qualcosa dei progetti che ho svolto.
        Tutti basati su un’analisi preventiva dei fabbisogni formativi, prevedevano almeno tre incontri in presenza (uno iniziale introduttivo, uno intermedio di verifica del gradimento e qualità dell’apprendimento, uno finale di verifica e restituzione).
        Utilizzavo come software Spaghettilearning, piattaforma didattica molto ben strutturata e dalla strumentazione varia (domande a risposta singola o multipla o aperte, forum, chat) più l’e.mail.
        Oggi si è evoluta in Docebo.

        1. camu ha detto:

          Grazie per aver ripostato il commento che s’era perso nella mischia.

          Riguardo all’argomento, questo approccio sta venendo usato in pratica da qualche scuola pubblica come qui in America?

        2. Francesco ha detto:

          @camu: in mimina misura e senza il giusto criterio.
          Secondo me il computer dovrebbe stare sul banco come il libro, il quaderno e la penna. Invece è nell’aula informatica di dieci posti accessibile (ops, che dico?) una volta alla settimana.
          Concordo con chi propone di pensare alla differenza tra una sala operatoria di mille anni fa e una di oggi (abissale) e alla differenza tra un’aula scolastica di mille anni fa e una odierna (nessuna 🙁 ).
          Alcune scuole usano (ogni tanto) la videoconferenza: in un paese qui vicino c’è la sede distaccata della Facoltà di Giurispudenza di Sassari (200 km.), ma non c’è il beneficio di fruire da casa con comodo.
          Quando questo metodo viene strutturato la fruizione è quasi sempre unidirezionale: poca interazione con tutor e docenti.
          Mentre esistono molti sistemi di iscrizioni, bacheca, pratiche burocratiche online con ogni tanto uno scambio di e-mail con il referente (docente o tutor) ma a volte (ahimè) con lo spirito di facebook.

        3. camu ha detto:

          Il preside della scuola superiore del mio paesello sperduto di provincia sta facendo notizia in questi giorni proprio per aver invitato gli alunni ad usare i cellulari in classe (per fini didattici s’intende), mentre il resto del mondo li vieta 🙂

  7. Francesco ha detto:

    Io abito in una borgata di 75 abitanti 🙂

  8. Trap ha detto:

    Non è tutto rose e fiori:

    “Secondo uno studio del National Education Policy Center il 60% dei cyber-studenti è indietro in matematica rispetto ai loro coetanei delle scuole tradizionali e il 50% fatica nella lettura. Un terzo non si diploma in tempo; moltissimi si ritirano dopo solo pochi mesi dall’iscrizione.”

    1. camu ha detto:

      @Trap: leggerò l’articolo con calma, ma l’approccio che segnalavo nel mio intervento è in realtà misto, non solo “online” come sembra distinguere invece il pezzo che segnali tu 🙂 Il computer è usato per integrare l’apprendimento in classe, non per sostituirlo.

      1. Trap ha detto:

        @camu: concordo 😀 Infatti, con un approccio esclusivamente online gli studenti useranno 2 finestre, una su FaceBook e una sul corso 🙂 Lascio indovinare a quale saranno più interessati…

        1. camu ha detto:

          Anche in quel contesto (cellulari in classe, social media, ecc) si può fare molto. Il preside della scuola superiore del mio paesello da 7000 anime è balzato agli onori della cronaca nazionale qualche settimana fa per star incoraggiando gli studenti a venire in classe con i loro “device” ed usarli per integrare l’apprendimento della lezione. Ovviamente Facebook è vietato nella wifi scolastica 🙂

        2. camu ha detto:

          Comunque l’articolo mi sembra avere una discreta sfumatura politico-sindacale (beh, il sindacato dei professori deve pur difendere lo status quo della categoria eheh) E ricordo che anche in Italia l’università di Torino è pioniere nei corsi a distanza (progetto Nettuno, anyone?) chissà come mai il sindacato ed i media non analizzano quella realtà?

        3. Trap ha detto:

          @camu: riguardo alla sfumatura politico-sindacale, non so, fa riferimento anche ad articoli su quotidiani come il New York Times, che ti piace tanto 😀

        4. camu ha detto:

          @Trap: beh, basta vedere come usano certe parole nell’articolo, sono finezze difficili da cogliere, in effetti. “Per assicurarsi l’appoggio di governatori e politici repubblicani” (quasi a dire che sia tutto un magna magna) oppure “ruba ai contribuenti i finanziamenti destinati all’istruzione pubblica” (da quando in qua una legge federale è rubare?). E poi non mette riferimenti alle fonti, pur citando la stampa nazionale. Io sul New York Times non sono riuscito a trovare articoli sull’argomento, come mai?

        5. camu ha detto:

          @Trap: inoltre Alessandra Farkas, che firma il pezzo in questione, non è nuova a critiche di parzialità da parte della rete (anche quella “comunista” che compra gli iPad) 🙂

  9. Trap ha detto:

    è vero, non ho colto “le finezze”, non ho dato molta importanza a loro, concentrato com’ero sull’argomento principale 😀

    Comunque, mille volte meglio a scuola in “compagnia” che da soli a casa con il computer 🙂

    1. camu ha detto:

      @Trap: absolutely 😀

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