due chiacchiere

Quello che gli altri ricorderanno di noi

La morte è una di quelle cose a cui nessuno vuole mai pensare, e probabilmente il motivo per cui ci siamo costruiti un mondo che ci tiene sempre occupati, che ci spinge a correre e dimenticare il nostro ineluttabile destino. I mass media ci hanno anestetizzato all’idea della morte, che guardiamo passivamente in TV mentre accade in un contesto lontano e complesso. Finché non senti il soffio gelido del signore vestito di nero avvicinarsi alla tua famiglia ed ai tuoi cari. L’altro giorno è venuta a mancare una parente di mia moglie, zia Rosa, con cui abbiamo passato tante feste in allegria. Non è stato un evento improvviso: era già malata da tempo, e grazie a cure di vario tipo, era riuscita a trovare il suo equilibrio ed a convivere con quella malattia che molto lentamente la stava aggredendo dall’interno. Tutti sapevamo nelle ultime settimane che la fatidica telefonata sarebbe potuta arrivare da un momento all’altro. Eppure quando il telefono ha sussultato con un messaggino alle 5 del mattino, quel turbinio di sentimenti che t’investe in queste occasioni ha assestato ugualmente un bel pugno nel nostro stomaco.

Quello della morte che si porta via, a volte troppo presto, persone con cui hai costruito un bellissimo legame, è stato uno dei motivi che mi hanno spinto ad allontanarmi da questi schermi per un po’ più del previsto. Nell’ufficio dove lavoravo fino a qualche anno fa all’università, avevo incontrato Dan, un dirigente come pochi ne esistono al mondo, di quelli che “la porta aperta” del loro ufficio non la tengono solo a parole per apparire fighi su LinkedIn, ma lo fanno veramente. Insomma, una bella persona, come si direbbe in italiano. Nessuno nel nostro gruppo sotto la sua guida aveva mai sentire il peso della gerarchia aziendale. Anzi ricordo come spesso venisse a sedersi alla mia scrivania per parlarmi del suo fine settimana passato ad esplorare le colline intorno alla sua casa in riva al fiume con un gruppo di escursionisti. O di quando ci invitava a casa sua per grigliare qualcosa e divertirsi insieme.

Dan con il suo tipico cappellino durante una scampagnata a casa sua

Poi un sabato successe che Dan ci mandò un’email che non aveva nessun senso, piena di farneticazioni senza testa né coda. Nessuno capiva cosa fosse successo, e come mai il lunedì successivo non si era presentato al lavoro. Essendo scapolo e senza parenti, non ci rimaneva che provare di tanto in tanto a chiamarlo sul cellulare, sperando che prima o poi rispondesse. Finché la sua segretaria ci disse che era stato ricoverato in ospedale in stato confusionale, e che stavano facendo degli accertamenti. Mi venne da pensare che forse, durante una delle sue escursioni in montagna era stato punto da qualche strano insetto, e gli era venuta la malattia di Lyme o qualcosa del genere. Subito ci organizzammo con una mia collega e suo marito e lo andammo a trovare all’ospedale il giorno stesso. Entrati nella sua stanza, ci scambiò per altre persone, e come se nulla fosse, iniziò a darmi indicazioni su alcuni progetti che in realtà avevamo già completato anni prima. Non sapendo cosa fare, io lo assecondai fingendo di essere la persona che lui credeva che io fossi.

La visita durò circa un’oretta, alla fine della quale il cugino di Dan, che era arrivato dalla Virginia per assisterlo, ci chiamò fuori dalla camera e ci confermò quello che avevamo già intuito: i medici avevano scoperto un tumore al cervello e stavano cercando di capire se si potesse fare qualcosa. A stento riuscii a trattenere la rabbia che mi montava dentro, finché non entrammo in ascensore e scoppiai in un pianto liberatorio come non mi era successo da parecchi anni. It’s not fair, continuavo a ripetere mentre ci incamminavamo verso la macchina, attraversando il grande parcheggio dell’ospedale. Durante il tragitto calò un silenzio pesante nell’abitacolo; la mia collega ed il marito mi riaccompagnarono alla stazione dove, quasi come un automa, feci il solito percorso per andare al binario dove arrivava il mio treno. Le settimane successive in ufficio furono particolarmente surreali e senza senso, e la bella armonia cominciò a sgretolarsi per colpa di dirigenti incompetenti che a poco a poco rovinarono gli anni di progressi fatti con Dan.

In quei mesi lo andai a trovare quattro o cinque volte, prima a casa sua dove era assistito da un’infermiera che lo aiutava con le faccende domestiche, e poi all’ospizio dove il cugino lo ricoverò quando non era più in grado di badare a se stesso. La malattia intanto continuava il suo lento cammino, ed ogni volta trovavo un Dan diverso, con qualche barlume di lucidità, ma per la maggior parte del tempo intento a sonnecchiare o a guardare nel vuoto mentre io ed i miei colleghi parlavamo in sottofondo. Fino a quando, la mattina del 7 settembre ci arrivò la notizia in ufficio che, come dicono in America, he had passed away. Dan aveva 59 anni. Sono passati 4 anni e mezzo da quel giorno, eppure non sono mai riuscito a scrollarmi di dosso quel senso di tristezza che ha aggiunto alla mia vita.

Dan con un collega al bar dietro l'ufficio un venerdì sera dopo il lavoro

Però di Dan conserverò sempre dei bei ricordi, ed a volte quando al lavoro faccio una cosa di cui mi sento fiero, penso a lui e cosa mi direbbe se gliela raccontassi. Lui che mi ha messo in mano un sito da 15 milioni di visitatori al mese e m’ha dato completa fiducia nel ricostruirlo da zero. Dopo tantissimi anni avevo finalmente trovato un capo che mi faceva venir voglia di andare al lavoro la mattina. Dicono che il tempo cura tutte le ferite, ma in questo specifico caso non è così. Scusa per il post triste, ma scrivere queste parole mi aiuta a metabolizzare il dolore e l’impotenza che sento ogni volta che una persona vicina non c’è più.

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