due chiacchiere

Il rapporto del Censis per il 2025

Una consolidata tradizione natalizia di questo blog è l’annuale post per commentare il rapporto pubblicato di questi tempi dal Censis sulla situazione del Paese. Un’occasione per riflettere su come cambiano la società ed i costumi della nazione in cui sono nato. Spesso mi è stata posta la domanda “Ma a te che te ne frega? tu mica abiti in Italia?” quasi a dirmi che farei meglio a guardare ai problemi che abbiamo su questa sponda dell’Atlantico, anziché impicciarmi di quelli del Belpaese. Qui un lavoro simile lo svolge il Centro Ricerche Pew, con le sue analisi sociali, e non penso di sorprendere nessuno se dico che si tratta spesso di letture deprimenti, dallo stato del sistema educativo, fino alla percezione internazionale verso gli USA.

Il riassunto del rapporto del Censis lo leggo perché, come direbbe qualcuno, puoi togliere un italiano dall’Italia, ma non potrai mai togliere l’Italia da un italiano. Lo leggo perché ho sempre quel barlume di speranza che le cose possano migliorare, e che l’Italia possa tornare ad essere un posto in cui si vive bene, senza le difficoltà di un sistema paese che trascina la zavorra accumulata nei decenni grazie a politici incompetenti che hanno soltanto avuto come obiettivo primario di foderarsi le tasche di quattrini e nulla di più.

Continuando il tema degli ultimi anni, anche per il 2025, il Censis restituisce l’immagine di un’Italia che vive una fase di profonda incertezza, definita emblematicamente come una età selvaggia. Non si tratta solo di difficoltà economiche o politiche, dice il rapporto, ma di una condizione più ampia, quasi antropologica, in cui prevalgono paure, pulsioni e reazioni istintive, mentre si indebolisce la fiducia in un’idea condivisa di progresso. Il Paese appare come sospeso, senza un progetto collettivo capace di dare direzione e senso al futuro. Però, rispetto al passato, stavolta mi è… semblato di vedele un gatto, come diceva una volta Titti. No, mi è sembrato di scorgere un tono lievemente più ottimista. Ecco come apre il documento di sintesi che mi hanno mandato per email:

Il nostro Paese ha saputo, più e meglio di altri, porsi faccia a faccia con il presente. La società italiana, non riuscendo a spezzare la trappola del declino di ogni desiderio di futuro, ha rimodulato attese e desideri contingenti, e ha contrastato sul piano economico e sociale il virus della crescita zero. Senza riforme o adeguamenti strutturali alle grandi trasformazioni in corso, attingendo al suo interno le risorse per respingere gli urti della realtà geopolitica e tecnologica, sta contrastando con serietà ogni forma di sconnessione dalla realtà.

Resistere, adattarsi, stare dentro le crisi è diventata un’attitudine italiana, nonostante la perdita di potenza dei grandi processi trascorsi di ascesa economica e sociale e di mobilitazione collettiva. Nel saper stare insieme sull’esistente si sfebbrano gli eccessi, si metabolizzano aggressività ed esclusione, si contrastano molte forme di instabilità politica e sociale, si limitano le conseguenze del ritardo di sviluppo economico. Ma, va detto, l’autonoma difesa immunitaria non basta.

La chiave di successo dei processi di crescita e di sviluppo del prossimo decennio sarà l’impegno nella pace: non solo modello di una nuova forma di progresso sociale in una pace sostenibile, giusta e duratura, ma anche schema di crescita economica e di coesione sociale. La natura mista dei problemi e delle crisi (insieme militari, finanziarie, industriali, energetiche, sanitarie, religiose ed etniche) mette alle corde l’approccio europeo in favore di un nuovo decorso unilaterale e sovranista, più veloce nelle decisioni e più efficiente nella capacità di azione. Spiazzando l’Europa e i suoi processi di mercato comune e coesione sociale e mettendola davanti a una nuova epoca.

In un’epoca di verticalizzazione e personalizzazione del potere, in cui torna a dominare la forza, a vincere la politica di potenza delle nazioni, un’epoca che depotenzia la speranza che la logica del mercato e dell’inclusione economica di fasce via via più rilevanti della popolazione mondiale sia la chiave della pace e dello sviluppo, viene da chiedersi a chi spetti il compito di provare a contenerne le tragiche conseguenze, se non all’Europa.

Ma d’altro canto, come si può pretendere di smantellare 70 anni di disastrosa gestione del sistema Italia in pochi mesi? Il vento del cambiamento è nell’aria, ma per disincrostare tutto lo sporco, in uno scenario mondiale così incerto (sì, sto guardando te, Donald Trump), ce ne vorrà di tempo. Però quest’anno sono fiero del mio Paese, e di quella resilienza che ci contraddistingue da sempre.

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