due chiacchiere

Ultima generazione

L’altro giorno hanno invitato il professor Paolo Crepet alla trasmissione Uno, Nessuno, 100Milan. E tra le tante domande sulle quali hanno chiacchierato, una era sul recente atto di protesta inscenato da due attiviste al museo Louvre, che hanno imbrattato con una zuppa il vetro della Gioconda. Queste persone, a quanto capisco, cercano di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su questioni climatiche, eppure ti confesso che ho fatto fatica a trovare più di un trafiletto sui principali giornali. Segno che oramai queste azioni lasciano il tempo che trovano, e che la gente comune ha imparato a considerarle semplice rumore di fondo da ignorare. Insomma, alla fine gli attivisti hanno ottenuto l’effetto contrario a quello sperato, come io sospettavo da tempo. In Italia, il gruppo più in vista è sicuramente Ultima Generazione, che ha imbrattato monumenti, bloccato strade ed organizzato azioni di protesta in giro per lo Stivale. Però quando sono andato sul loro sito a cercare di capire cosa vogliono, ho trovato solo poche idee ma confuse, come si dice in questi casi. E sembra pensarla così anche Paolo Crepet.

Ma sono degli ignoranti, non capiscono niente. Lègati su una strada, fai qualcosa.  [Però loro lo fanno]. Benissimo. Assumi la tua responsabilità. Assumi la tua responsabilità. Chiudi quella strada? C’è un’ambulanza con un signore che sta morendo. Lo sai o non lo sai? Bene, lo ammazzi. Perché quello è morto perché non è riuscito ad arrivare in tempo all’ospedale. È tua responsabilità. Questo è successo in Germania, lo sappiamo tutti. Ma sono due anni che accadono queste cose. Sono cambiate le leggi? No, NO. Allora comincino a fare le loro battaglie. Si comprano le t-shirt da Shen a 3,90? Bene, sappiano che quelle sono fatte da schiavi. Che consumano una quantità di acqua spaventosa. Cominciamo a ragionare senza buttare la minestra sulla Gioconda. Che si chiama Gioconda perché ride, ma dopo quello che gli han fatto, non ride più.

Senza togliere nulla all’importanza del tema del cambiamento climatico, sul quale ho espresso la mia opinione in varie occasioni su queste pagine, ho l’impressione che l’approccio scelto da questi attivisti sia non solo controproducente (come dimostra il fatto che oramai praticamente se ne parla solo di passaggio), ma anche miope e poco lungimirante. Perché se crei un disservizio ai cittadini, ti renderai più antipatico, e di conseguenza renderai più antipatiche le tematiche che vorresti portare alla loro attenzione. E poi, ripeto, continuo a sostenere che non è chiaro quello che vogliono dire. Le loro magliette ed i loro striscioni urlano “Just stop oil”, ma tutti sappiamo che le rinnovabili non offrono un’alternativa stabile ed affidabile. Emanuele, in un commento ad uno dei miei post, sintetizzava perfettamente la questione:

Di recente ero ad un corso su protocolli di sicurezza industriale. Oltre a gente dell’automotive o della domotica, c’era un tizio a capo di una start-up per sistemi di controllo di impianti fotovoltaici. Uno che, insomma, ha le mani ogni giorno tra le rinnovabili. Lui stesso riconosceva che il fabbisogno energetico non è soddisfabile semplicemente con le rinnovabili (pensa, andava contro il suo business). Il tema è complesso, siamo una società fortemente dipendente dall’energia dalla quale non dipende solo la luce a casa la sera ma lo stesso mondo lavorativo. Le rinnovabili non offrono garanzie di stabilità nel tempo.

Ed allora, a parte l’utopia che riempie le loro teste, quale sarebbe la soluzione portata avanti da questi signori? E perché prendere di mira proprio le opere d’arte? Come diceva Crepet nel podcast, forse anzi l’arte è l’unica cosa che ancora ci può salvare, l’unica cosa che ci spinge a pensare con le nostre teste, al contrario dei social commercializzati che riducono i nostri neuroni ad una poltiglia informe. Quindi danneggiare l’arte finisce per amplificare l’idea del messaggio sbagliato, e la frustrazione dei cittadini che ne devono pagare le conseguenze. Sono convinto che avrebbe più senso continuare a rompere i cabbasisi a quelli che contano, come ha fatto in varie occasioni Greta Thunberg.

Per carità, io sono il primo a voler incoraggiare i giovani d’oggi ad avere degli ideali in cui credere, delle passioni per cui lottare, visto che spesso ci lamentiamo che questa generazione passa il proprio tempo seduta sul divano a rincoglionirsi con i videogiochi. Mi piacerebbe vedere però un messaggio più coerente, più efficace, che vada oltre la protesta sterile contro la povera Gioconda. Ad esempio rispondendo in maniera efficace alla domanda che molti di noi continuiamo a porci quando leggiamo di questi atti vandalici: cosa posso fare, nel mio piccolo, per cambiare le cose?

P.S.: questo post è andato in onda a reti unificate anche su Reddit.

Commenti

  1. Trap
    ha scritto:

    Bellissimo articolo. Aggiungo che fuori, specie nei centri non altamente urbanizzati, non si vedono più giovani che giocano o socializzano tra di loro, come ai nostri tempi. Una volta le madri si lamentavano che erano sempre fuori, oggi che sono sempre dentro.

    Per tornare al tuo articolo, mi ricordano tanto i “girotondini” di Moretti oppure il movimento delle “sardine” di pochi anni fa? Scommettiamo che tra qualche anno tutto questo casino sarà solo un ricordo?

    Risposte al commento di Trap

    1. camu
      ha scritto:

      Si, quello dei ragazzi che non escono più è un problema molto sentito anche qui in America, specialmente nei paesini di periferia, dove le distanze si allungano e quindi serve la macchina anche solo per andare a trovare i propri amici. Sulla natura passeggera ed effimera del fenomeno, il parallelo con girotondini e sardine è più che calzante, e sono d’accordo che si tratta dell’ennesima meteora destinata a scomparire nell’indifferenza generale.

  2. Disamina perfetta e conclusioni che condivido in toto

    Risposte al commento di DANIELE VERZETTI ROCKPOETA ®

    1. camu
      ha scritto:

      Pensa, su Reddit mi dicevano che probabilmente tutto questo si spiega con il fatto che sotto sotto, questi attivisti sono finanziati dalle multinazionali per i propri loschi obiettivi. Non mi stupirebbe più di tanto.

  3. Martino
    ha scritto:

    Il parere da ignorante è che sia tutto abbastanza organizzato, queste persone che riescono a imbrattare in maniera “safe” queste opere, odorano tanto di attività concessa e soprattutto foraggiata da qualcuno a cui viene comodo che questa attività esista. Allo stesso modo le attività di disturbo a servizi quali la rete stradale, molti le assimilano a proteste come scioperi e similari, per cui anche la risonanza che hanno è limitata.

    Inoltre, ho il dubbio che molto di ciò che porta la dicitura “eco” nel suo nome lo faccia con riferimento all’economia, e non all’ecologia. A seguito della globalizzazione la quasi totalità del pianeta è sostenuta da un sistema economico che dovrebbe essere congelato per poter giungere a risultati palpabili quali diminuire i consumi, e più in generale “smettere di fare quel che facciamo”, dato che, quel che facciamo, ci stiamo dicendo da soli che sta facendo del male a tutto (all’umanità, alla natura, al pianeta insomma).

    Il passaggio dove sottolinei che anche chi ti vende l’ecologia sa che l’ecologia stessa non è una soluzione del problema, penso chiarisca come l’ecologia è venduta per il profitto, non per il bene collettivo (seppur tanti obietterebbero che il profitto è anche un bene collettivo, a volte…) o per risolvere problemi climatici sempre più severi.

    In tutto questo la conclusione più razionale è molto difficile da raggiungere, probabilmente è corretto aspettarsi che finchè potrà esserci un ritorno economico da un qualunque tipo di attività, ci sarà sempre qualcuno pronto ad inseguire questo ritorno, questo profitto, perlomeno finchè vivremo in una società del profitto, e non in una idealista.

    Risposte al commento di Martino

    1. camu
      ha scritto:

      Concordo in pieno. Ho già più volte fatto mia l’espressione che tempo fa lessi sul blog di Nicola, secondo cui la maggior parte degli occidentali sono solo preoccupati per il portafogli. Certo, sui social siamo tutti perfettini e mostriamo un’immagine “green” e siamo pronti ad indignarci, ma poi nei fatti, quando andiamo al supermercato a fare la spesa, o compriamo il SUV che usiamo solo noi, le cose sono completamente diverse. Perché non possiamo permetterci di essere “green”, o perché ci hanno fatto un lavaggio del cervello così profondo che non abbiamo neppure le forze per uscire fuori dal coro. Io nel mio piccolo continuo a fare la mia parte, dal compostaggio degli scarti alla riduzione della carne rossa nella dieta (così anche il medico è contento, quando mi fa gli esami del sangue), ma so benissimo che è una goccia in un oceano.

  4. ha scritto:

    La mia (impopolare?) opinione è che al giorno d’oggi non esistano più forme davvero efficaci di protesta.

    Blocchi le strade? Ti attiri il risentimento delle persone “comuni”.
    Scioperi? Non tutti possono permetterselo.
    Boicotti in modo esplicito? Non è sempre praticabile, e a rimetterci di più potrebbero essere i dipendenti (i “padroni” miliardari sono e tali rimangono).
    Ricorri alla violenza? Etica a parte, i governi hanno mezzi più che adeguati per rispondere.

    Le uniche forme di “resistenza” che restano sono atti sporadici come la Gioconda imbrattata o le “gesta” del Fleximan di turno, accelerazionismo a colpi di bagarre e trend eterodiretti per lo più sui social, o disengagement progressivo (minimalismo, antinatalismo, eccetera).

    Risposte al commento di Mondo in Frantumi

    1. camu
      ha scritto:

      Si, anche questo un effetto collaterale dei social, a mio modesto parere. Oramai siamo la cultura dei like, dei trend, degli influencer. E non importa cosa tu faccia o non faccia, c’è sempre qualcuno pronto a criticarti. Io comunque non sono contro le iniziative di protesta, anzi. Ben venga un po’ di sana passione, un po’ di sano e verace desiderio di cambiare il mondo. Però mi pare che queste azioni estemporanee non siano poi accompagnati da un qualcosa che invogli la società comune a cambiare.

      Perché puoi gridare “just stop oil” quanto ti pare, ma se la gente continua a comprare i SUV ed a mettere il termostato a 25 gradi perché sente freddo, allora non si andrà mai da nessuna parte. Gli altri siamo noi, cantava una volta qualcuno, ed in questo caso siamo noi tutti a dover accettare l’amara verità che servono sacrifici, se vogliamo davvero cambiare qualcosa. Ma non mi pare che il Mario Rossi qualsiasi sia disposto a fare sacrifici oggi, no? Tutti mettiamo il like, ma poi la “passione” finisce lì.

  5. MioNome
    ha scritto:

    Blablabla (cit. G. Thunberg)

    Risposte al commento di MioNome

    1. camu
      ha scritto:

      Carissimo MioNome, ho lasciato apposta il tuo commento sebbene non aggiunga nulla di costruttivo alla discussione (stranamente Akismet non l’ha marcato come spam), per farti notare che l’aria da sapientone che trasuda dalle poche lettere che hai digitato non mi pare aiuti le tue argomentazioni. Poi per carità, ognuno è libero di pensarla come vuole. Ma mi pare che a te di neuroni ne siano rimasti meno di me…

  6. Aldo
    ha scritto:

    Ti copio l’estratto di una notizia:

    In Italia ci sono quelli di “Ultima generazione“, in Gran Bretagna c’è il gruppo “Extinction Rebellion“, in Francia c’è “Derniere renovation“, in Germania “Letzte Generation“. Al vertice di questa rete diffusa in tutto il mondo ci sarebbe il “Climate emergency fund“, una holding globale con sede a Beverly Hills e finanziata da multimiliardari.
    E’ stata fondata nel 2019 da Trevor Nielson, un uomo d’affari, investitore, imprenditore e filantropo americano. È co-fondatore, presidente e amministratore delegato di WasteFuel, azienda che produce combustibili rinnovabili utilizzando tecnologie collaudate per affrontare l’emergenza climatica e rivoluzionare la mobilità.
    E’ stato portavoce di Bill Gates, che gli aveva anche affidato importanti progetti come l’International Aids Vaccine Iniziative’, e ha collaborato Goorge Soros, Ted Turner, Barack Obama.
    Margaret Klein Salamon, direttrice esecutiva del Climate emergency fund, ha dichiarato: “Noi finanziamo il reclutamento, la formazione, le spese legali e le azioni. Il movimento deve agire come se la verità fosse reale, impiegando comunicazioni di emergenza“.

    Risposte al commento di Aldo

    1. camu
      ha scritto:

      Aldo, non mi è chiaro il punto. Forse sarà che a quest’ora della sera non ho più neuroni attivi per comprendere 😉

      Risposte al commento di camu

      1. Aldo
        ha scritto:

        Semplicemente che sono “movimenti” farlocchi finanziati da chi ha scopi tutt’altro che nobili. 😀

        Risposte al commento di Aldo
        1. camu
          ha scritto:

          Ecco, allora avevo capito bene 🙂 Temevo di aver frainteso. Lo stesso è venuto fuori per altri movimenti finanziati da Gazprom se non erro, quando manifestavano in Germania. Questo spiega tante cose…

        2. Aldo
          ha scritto:

          Per tante realtà è così. Anche i quotidiani online hanno ormai come scopo primario quello di pubblicizzare l’ideologia o il business dei loro finanziatori.

        3. camu
          ha scritto:

          Vedo che la pensiamo allo stesso modo. Oramai da tempo ho imparato a prendere con le pinze qualsiasi cosa arrivi dai quotidiani “mainstream”, e soprattutto ho capito che se voglio evitare gli effetti dell’agenda setting, devo cercare le mie notizie altrove.

        4. Aldo
          ha scritto:

          Io sono andato oltre creando il mio sito di notizie “alternativo”. 😛

        5. camu
          ha scritto:

          Hai fatto benissimo.

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