due chiacchiere

Gli uomini d’oro

Tanti, ma tanti anni fa, Sunshine ed io guardammo un film intitolato Crash, contatto fisico, di cui scrissi una breve recensione quando questo blog era ancora in fasce. A parte le vicende narrate in quella pellicola, ciò che mi colpì fu l’espediente narrativo di esplorare i fatti dal punto di vista dei vari personaggi coinvolti. Un approccio simile a quello che Vincenzo Alfieri decide di usare in Gli uomini d’oro, una produzione del 2019 con Edoardo Leo, Fabio De Luigi ed un a me sconosciuto Giampaolo Morelli. La storia racconta, a quanto dichiarano i titoli di coda, gli incredibili eventi di un fatto di cronaca realmente accaduto: una rapina con l’obiettivo di fuggire nei paradisi esotici da parte di un gruppo di uomini che non sono criminali ma hanno l’occasione giusta in virtù del lavoro che fanno. Il risultato finale ha il sapore di un miscuglio tra Pulp Fiction e Leòn, con una spruzzatina di Ocean’s Eleven.

Devo ammettere che questo nuovo filone semi-poliziesco tutto italiano che si è aperto da qualche anno, mi piace proprio. Da Smetto quando voglio a Lo chiamavano Jeeg Robot, passando per Non ci resta che il crimine, la reinterpretazione tricolore dei tipici sparatutto americani sembra riuscire a ritagliarsi una nicchia di mercato tutta sua. Prima di fare un cenno alla trama, il solito avviso di rito: qui di seguito parlerò di dettagli del film, quindi se non vuoi rovinarti la sorpresa, per favore fermati qui.

Torino, 1996. Luigi il Playboy è un impiegato delle Poste deputato a guidare il furgone portavalori. Gli mancano tre mesi alla pensione, e già si vede gestire un alberghetto in Costa Rica insieme al collega e amico Luciano. Ma il ministro Dini – “uno che non l’ha eletto nessuno” – sposta dieci anni più avanti l’età pensionabile, e Luigi prende il destino nelle sue mani: rapinerà l’ufficio postale, impossessandosi dei valori che trasporta per mestiere. Alvise il Cacciatore accompagna il furgone ma svolgere altri due lavori per mantenere moglie e figlia secondo un decoro borghese che non può permettersi. È lui ad avere l’idea geniale per mettere a segno il colpo grosso, e vuole una fetta della torta. Nicola il Lupo è un ex pugile che gestisce insieme ad Alvise un locale country western: anche lui entrerà a far parte dello schema criminale che dovrebbe cambiare loro la vita, con esiti tutti da scoprire.

Il tema classico del colpo miliardario è raccontato con la giusta tensione, supportata da un buon montaggio ed una fotografia ben eseguita, che dipinge lo sfondo torinese grigio come tutti ce lo immaginiamo nello stereotipo collettivo degli anni 90. I protagonisti sono interpretati in maniera piacevole: Edoardo Leo non delude (ma forse sono io ad essere di parte), mentre sono rimasto piacevolmente sorpreso da De Luigi, che ho sempre visto in ruoli goffi e comici, ma finora mai in un ruolo noir. In sottofondo, la rivalità sportiva e l’acrimonia tra terroni e polentoni aggiunge una dimensione più umana e credibile all’intera storia, specialmente pensando al tempo in cui è ambientata.

Ciò che ho apprezzato, comunque, è che al contrario delle carneficine messe in scena dalle grandi produzioni americane, Gli Uomini d’Oro non arriva mai al cinema duro. Succedono fatti violenti ma non sono raccontati in maniera violenta. Alla fine, i personaggi positivi rimangono delle brave persone, magari con cattive intenzioni, ma brave persone. Questa è, in fin dei conti, la magia del cinema italiano. Certo, ho notato delle incongruenze narrative di cui si sarebbe potuto fare a meno, come i poliziotti che interrogano Alvise che ha appena avuto un infarto e gliene fanno venire un altro forse si poteva evitare. Ma nel complesso mi è sembrata una produzione piacevole, ed un tentativo coraggioso di uscire dal canovaccio comprovato della commedia all’italiana.

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