Visto che fra un paio di giorni in Italia si festeggiano i lavoratori (e le conquiste raggiunte nei decenni), vorrei commentare oggi un articolo pubblicato da uno dei campus dell’università per cui lavoro (beh, un minimo di sano orgoglio per il lavoro che fanno i ricercatori dell’Università della California ci sta pure, no?), in cui si fa il punto sugli effetti economici delle norme sul salario minimo introdotte in California circa due anni fa. Precisiamo che si tratta di un salario minimo di 20 dollari l’ora per i lavoratori della ristorazione veloce, non per tutti. Ma rappresenta un valido campione della popolazione in età lavorativa, quindi gli effetti potrebbero benissimo essere applicati ad altri settori. La misura è stata presentata come una svolta storica a favore dei lavoratori a basso reddito. Due anni dopo, si nota come gli effetti esistono, ma non sono tutti lineari o uniformemente positivi.
Ho voluto parlarne anche perché di tanto in tanto leggo di come ci siano pressioni in Italia per fare la stessa cosa. Beh, forse prima di pensare che sia tutto oro quello che luccica, sarebbe bene studiare casi simili, per trarne le dovute conclusioni. L’idea alla base delle nuove norme era semplice: migliorare la qualità della vita di centinaia di migliaia di lavoratori in uno degli stati più costosi degli Stati Uniti. Stando alla ricerca ed altri indicatori sociali, questo obiettivo è stato in parte raggiunto. Molti dipendenti hanno visto aumentare la paga oraria e, in diversi casi, hanno confermato una maggiore stabilità economica rispetto al passato. Non è un dettaglio secondario in un settore che, in America, è storicamente caratterizzato da salari bassi e alta precarietà. Girare gli hamburger sulla piastra è un lavoro generalmente di passaggio.
Il problema è che qui soldi, dovranno uscire da qualche parte. I costi di gestione del ristorante, appesantiti da una “paga forzatamente più alta” di quanto a volte ci si possa permettere, costringono i ristoratori a trovare soluzioni creative per far quadrare i bilanci a fine mese. Secondo la ricerca, molte catene hanno cominciato a ridurre le ore disponibili per i dipendenti. In alcuni casi, ciò ha portato a meno turni o peggio, alla cancellazione degli straordinari, con un impatto che attenua il beneficio dell’aumento salariale orario. Insomma, ci arriva persino la massaia di Voghera: se sono costretto a pagarti più soldi all’ora, ma le mie entrare rimangono le stesse, dovrò ridurre il numero di ore che lavori.
Parallelamente, continua l’articolo, si osserva una tendenza crescente verso l’automazione: chioschi per ordinazioni, sistemi digitali e la tanto odiata intelligenza artificiale, stanno diventando sempre più diffusi nei fast food. Non si tratta di una novità assoluta, ma il cambiamento sembra accelerato proprio dall’introduzione del nuovo salario minimo. E poi c’è l’ovvio aumento dei prezzi nei menu, stimato tra l’8% e il 12% in alcuni casi. Non penso che vi sia da stupirsi nello scoprire che, ancora una volta, i maggiori costi del lavoro sono stati trasferiti ai consumatori. Ma d’altro canto, se i margini sono già risicati, cos’altro si può fare?
La vera questione, per concludere, non è semplicemente se il salario minimo a 20 dollari sia “giusto” o “sbagliato”. La vera sfida è capire come sostenere i lavoratori con redditi bassi senza generare effetti indesiderati difficili da prevedere. Tra aumento dei salari, riduzione delle ore e trasformazione tecnologica del settore, la realtà che vediamo a due anni dall’entrata in vigore di queste norme, è quella di un mercato in cui ogni intervento normativo produce una catena di conseguenze non sempre immediatamente visibili. E che non sempre finiscono per beneficiare i lavoratori.
Per questo sono d’accordo con il no secco della Meloni all’introduzione di politiche analoghe nel mercato del lavoro italiano, che è spesso più rigido e tutelato. Quindi meno flessibile ai cambiamenti che il salario minimo potrebbe innescare.
Commenti
Lorenzo ha scritto:
L’articolo che citi (che non è nemmeno peer reviewed, anzi è considerato grey literature) ha una qualità becera. Se leggi hanno semplicemente fatto delle interviste e consolidato altri report. Non è considerabile attendibile. È troppo presto per trarre conclusioni, e per trarre conclusioni serve una metodologia sicuramente più rigorosa…
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camu ha scritto:
Non avevo notato la frase in calce all’articolo sul fatto che non fosse peer reviewed. Sulla qualità forse potremmo discutere, i dottorandi che hanno condotto la ricerca mi sembra abbiano cercato di essere attendibili, citando fonti e riferimenti ad altri articoli che sono stati peer reviewed.
Ma a prescindere, rimango convinto del fatto che un salario minimo calato dall’alto, che non tenga conto della realtà locale in cui si inserisce, può solo creare distorsioni nel mercato. In Italia specialmente, in cui la stragrande maggioranza delle aziende sono di piccole dimensioni e si trovano ad operare in contesti economici fortemente disparati (fare il meccanico a Voghera non è la stessa cosa di fare il meccanico a Carlentini).
Imporre un minimo salariale a PMI che a stento si possono permettere di pagare gli operai, rischia di creare le distorsioni citate nell’articolo. No?
Trap ha scritto:
In realtà l’obiettivo di tutte le aziende è ridurre i costi fissi, e uno di questi è quello del personale. Non è per via del salario minimo che crescerà l’automatizzazione, questo capita già anche dove non esiste.
Vedi la Cina che stanno automatizzando sempre più pesantemente l’industria pesante come quella delle automobili.
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camu ha scritto:
Vero, ma è qui che la politica è fin troppo miope. Da anni sono convinto che l’automazione va bene, a patto che si introduca un reddito di cittadinanza per quei lavoratori rimpiazzati da tale automazione. C’è un’ampia letteratura in merito, ma non vedo nessun tipo di iniziativa in tal senso, almeno nei Paesi occidentali. Si pensa solo a farcirsi i portafogli, a danno del ceto medio. Nel frattempo, la Cina ha già capito che questo è un problema, e sebbene i media non ne parlino, sta lavorando a politiche (cerca Dibao policy) per rimuovere le inequalità introdotte dall’automazione.
kOoLiNuS ha scritto:
Se un fast food deve servire mille coperti al giorno (per esempio) avrà bisogno di un minimo di forza lavoro. Per portarla avanti NON può levare ore ai lavoratori, può farli lavorare di più in quelle ore oppure evitare di prendere lavoratori extra con paga “di fantasia” a tamponare un eventuale aumento del carico lavorativo. Di certo non può farti fare meno ore lavorative, perchè le “tue” dovranno necessariamente essere coperte da altri. Siccome poi siamo in paesi teoricamente civili dobbiamo essere anche rispettosi dei lavori e della qualità intrinseca di ciascuno di essi.
Girare hamburger, come dici, ha un valore, e ha un valore creare un logo o un progetto tecnico. Se lasci il sistema troppo libero avrai le mega speculazioni finanziarie (es. tech USA che stra-guadagna ma siccome guadagna 999,90 invece che 1000 lascia centinaia di persone a casa) o un mercato del lavoro che si auto-cannibalizza e si svende (certificazioni energetiche degli appartamenti, valore legale 10 anni, fatte a 50€ + iva – o meno).Insomma, non possiamo sempre tagliare con l’accetta le cose
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camu ha scritto:
Perfettamente d’accordo, ma c’è il fattore costo. Se quei mille coperti generano un fatturato di 1000 euro, giusto per semplificare, supponiamo che ne spenderà 500 per i dipendenti, 300 per le materie prime, ed il resto è guadagno. Ora, se dall’alto gli viene imposto un costo per i dipendenti di 800 euro, quei 300 in più dovranno uscire da qualche parte, no? Ed allora o aumenta i prezzi, oppure trova il modo di far diventare quegli 800 euro di nuovo 500.
Sono d’accordo che il sistema troppo libero alla Ronald Reagan (“i mercati sanno benissimo regolarsi da soli”) porta solo guai. In fondo è quello che sta succedendo, appunto, in America, dove la deregolamentazione sta farcendo i portafogli dei ricchi, mentre il ceto medio fatica ad arrivare a fine mese. Ma l’opposto, di una rigidità salariale che non tiene conto di realtà diverse sul territorio nazionale, è altrettanto deleteria. Guarda a cosa sta succedendo in Francia, dove il salario minimo esiste da un bel po’, ma si registra un appiattimento verso il basso delle retribuzioni.