due chiacchiere

Pantheon: potremmo vivere all’interno di un computer?

Un paio d’anni fa, decisi di fare un esperimento, dando in pasto a ChatGPT un racconto distopico che scrissi in “tempi non sospetti”, ovvero quando ancora di intelligenza artificiale non se ne parlava proprio, tipo 30 anni fa. Ne venne fuori una trama niente male, che affrontava l’annoso dilemma del voler vivere molto più a lungo, digitalizzando il proprio cervello, e salvandolo nella nuvola. Mi è sempre piaciuto questo tema, non a caso San Junipero è uno dei miei episodi preferiti della serie Black Mirror. Per questo motivo, un amico mi ha consigliato di guardare Pantheon, un anime (o cartone animato, come si diceva quand’ero piccolo) uscito nel 2022, che gioca con lo stesso concetto, inserendo nel mix l’onnipresente intelligenza artificiale. La serie si pone la domanda: cosa succederebbe se potessimo caricare tutti i dati del nostro cervello su un server e lavorare fianco a fianco con l’intelligenza artificiale?

Come sempre, un veloce avviso ai naviganti: nel seguito svelerò dettagli della trama, quindi se non vuoi rovinarti la sorpresa, per oggi puoi fermarti qui. Partiamo dai fatti

Nel 2001, il geniale visionario Stephen Holstrom, una specie di Steve Jobs dell’intelligenza artificiale, svela sua missione di raggiungere l’immortalità digitale con il progresso della Uploaded Intelligence, ossia un processo in grado di scansionare il cervello umano (in maniera distruttiva) e caricarlo sul cloud. Dopo la morte di Holstrom (appunto, come Jobs), Logorythms continua il suo progetto, utilizzando vari mezzi illegali per raggiungere i propri obiettivi.

Nel frattempo, da qualche parte in California, Maddie Kim è un’adolescente vittima di bullismo, che ancora soffre per la prematura morte del padre David. Un giorno, la ragazza riceve un misterioso aiuto da qualcuno online, che poco dopo si scopre essere il suo defunto padre. David spiega che la sua coscienza è stata caricata con successo nel cloud di Logorhythms e che la compagnia ha mentito alla sua famiglia sui risultati.

La storia ha un vago sapore di Ghost in the Shell, un capolavoro cyborg che anche i non appassionati di questi cartoni dovrebbero guardare almeno una volta nella vita. Quello che ho apprezzato di Pantheon, al di là della narrazione, è lo stile del disegno, semplice e con linee pulite. Gli anime giapponesi ci hanno abituato a bellissimi paesaggi pieni di dettagli, ad espressioni del volto che soltanto Miyazaki (Studio Ghibli) può portare in vita, a personaggi delicati nei tratteggi. In questa serie, invece, si è scelto un approccio diverso che contribuisce a non distrarre lo spettatore dalla storia.

Maddie e suo papà David in una scena della serie TV

Uno degli aspetti più interessanti è il rapporto tra uomo e tecnologia. In Pantheon, l’intelligenza artificiale non appare come il classico nemico da sconfiggere, ma come una forza capace di amplificare le migliori e le peggiori caratteristiche dell’essere umano. Potere economico, controllo politico, immortalità, disuguaglianza e persino l’amore assumono forme completamente nuove quando la mente può esistere indipendentemente dal corpo.

Tutti concetti che, sin da giovane, mi hanno sempre affascinato. Perché aprono la porta a mille domande diverse, sia etiche che pratiche. Se una tecnologia del genere esistesse davvero, potremmo assistere alla nascita di una nuova specie, composta da esseri umani digitali con capacità cognitive enormemente superiori. La morte potrebbe perdere il significato che ha avuto per millenni, mentre concetti come proprietà, lavoro e persino tempo diventerebbero radicalmente diversi. Le conseguenze economiche e sociali sarebbero immense: chi controllerebbe queste coscienze? Avrebbero diritti? Potrebbero essere spente? Sarebbero ancora persone? Sono convinto che non sia più una questione di “se”, ma piuttosto di “quando” dovremo rispondere a queste domande.

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