due chiacchiere

Sono anche un po’ iraniano

Correva l’anno 2014 quando un mio collega mi parlò per la prima volta di questo servizio americano chiamato 23andMe, che per la modica cifra di 49 dollari (ora diventati 199, viva l’inflazione!) offriva di analizzare il mio DNA per capire da dove provenissero i miei antenati, ed allo stesso tempo di usare quelle informazioni per verificare la mia predisposizione a certe malattie genetiche ereditarie. Così richiesi uno dei loro kit, misi un po’ di saliva in una provetta, e la rispedii tramite corriere al loro quartier generale. Nel giro di qualche settimana, mi arrivò un’email che mi comunicava i dettagli per attivare l’accesso al mio profilo personale e svelare il mistero delle mie origini. Da allora, sono stato invitato a partecipare a numerose indagini scientifiche e test psicoattitudinali per completare il quadro delineato dal mio codice genetico. Tutto materiale che i ricercatori hanno messo a buon uso per identificare possibili cure per determinate malattie.

Un grafico riassume la composizione del mio DNA: sud europeo all'80%, nord africano al 18%

Lo so, se già avevo alienato i pochi piccoli lettori rimasti con i miei post su Giorgia Meloni, questo non contribuirà certo a migliorare le cose. I sostenitori della privacy e ricercatori statunitensi ed europei continuano d’altro canto, a più di 15 anni di distanza, a sollevare preoccupazioni su un’azienda a scopo di lucro che possiede i dati genetici di milioni di persone, timori che si sono solo intensificati con la notizia della partnership con una delle società finanziate dal miliardario Richard Branson. Per come la vedo io, la domanda cruciale è se sia meglio regalare i propri dati ad aziende che li useranno per fare soldi a palate ma anche per trovare cure a malattie gravi sfruttando l’enorme mole di dati a loro disposizione, oppure tenersi egoisticamente il proprio patrimonio genetico ben stretto, e lasciare che la ricerca continui a brancolare nel buio sfruttando le poche risorse a sua disposizione. La mia filosofia di vita è che se siamo su questa terra, dovremmo contribuire al benessere delle generazioni future in ogni modo possibile, e quindi contribuire a queste iniziative è quasi un onore.

Intanto, a differenza delle piattaforme social che ci trattano come prodotto da vendere senza darci nulla in cambio, almeno 23andMe mi dice se ho una qualche predisposizione ad una delle tante malattie genetiche finora scoperte. Un do ut des che può contribuire a salvare la vita dei loro utenti, come ad esempio le mutazioni del gene BRCA1, che suonano un campanello d’allarme per il cancro al seno nelle donne, e sulle quali si è parlato ampiamente negli ultimi anni. Certo, a questo punto entrano in gioco le implicazioni etiche sul cosa fare se si scopre di avere una determinata predisposizione, ma quella è forse materia per un post a parte. Però sapere di essere portatori di queste mutazioni nel DNA è secondo me importante, perché le misure di prevenzione sono efficaci nella maggioranza dei casi.

Un dettaglio dell'elenco di malattie genetiche testate dal servizio

In una società ideale in cui si pensa al bene comune e non soltanto ai profitti, il servizio sanitario nazionale dovrebbe offrire questa scansione del DNA alla popolazione, e dare in pasto i dati anonimizzati a strumenti di intelligenza artificiale, per capire se esistano cause e correlazioni tra fattori ambientali (o di altra natura) e salute. Ma non mi sembra che tale società ideale sia proprio dietro l’angolo, anzi. Nel frattempo io continuo a contribuire nel mio piccolo compilando i questionari che 23andMe mi manda di tanto in tanto. Con buona pace di chi storce il naso pensando alle implicazioni sulla privacy.

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