due chiacchiere

Un terreno fertile per il cambiamento politico

Terza ed ultima parte di questa miniserie in cui ho deciso di tradurre una puntata del podcast Freakonomics Radio che, quando facevo il pendolare a New York, ascoltavo religiosamente ogni settimana. Un programma intelligente che approfondisce i vari aspetti della nostra vita quotidiana dal punto di vista di un economista. Tramite questo podcast ad esempio ho scoperto cosa fosse Crispr, quando intervistarono la mamma di questa tecnologia, Jennifer Doudna. Oppure ho avuto modo di riflettere su come l’empatia all’interno degli ospedali, per quel poco che si trova, finisca per avere un risvolto economico sui pazienti. Il conduttore, sempre in modo pacato e educato, ha anche scritto l’omonimo libro, che a quanto pare è stato tradotto anche in Italiano. Te ne consiglio vivamente la lettura.

“Ora c’è un’intera industria politica che va avanti, indipendentemente dal fatto che quell’industria risolva effettivamente i problemi per il popolo americano”, afferma Gehl.

La diagnosi di Gehl e Porter suggerisce che questo settore si prende cura di sé stesso incredibilmente bene, e che invece si occupa della popolazione piuttosto male. Suggerisce inoltre che una maggiore concorrenza migliorerebbe il settore, come capita nel privato. Bisogna pur ammettere che avere più di due partiti non è l’unica mossa per risolvere questo “problema”. Ci sono molti sistemi politici multipartitici (e noi italiani ne sappiamo qualcosa, ndc) che hanno casi simili di disfunzione, corruzione e clientelarismo.

Vale la pena notare che alcuni studiosi di scienze politiche sostengono che la teoria di Gehl e Porter ragiona al contrario, e che il sistema politico americano è ridotto male perché i partiti si sono indeboliti nel tempo. Sostengono che partiti più forti potrebbero aiutare a respingere interessi speciali e produrre più compromesso e moderazione. Ma Porter e Gehl non sono d’accordo, e sostengono che non vi è alcuna garanzia che partiti più forti possano generare una forza moderatrice. Piuttosto, i due elencano una serie di riforme strutturali dei processi elettorali e legislativi.

Per cominciare, bisognerebbe introdurre elezioni primarie a scrutinio unico apartitiche, una riforma già avviata ad esempio in California. Porter e Gehl sono convinti che primarie apartitiche produrrebbero candidati più moderati. Di fatto le primarie diventerebbero un test elettorale a tutto campo. “Il motivo per cui una singola primaria in cui ci sono tutti è così importante è che puoi fare appello a quanti più elettori possibile”, dice Porter. “E questo incoraggia candidati che non cercano solo il consenso all’interno del loro schieramento”.

Il voto di preferenza con “classifica” è un’altra riforma a favore di Porter e Gehl. Con questo approccio, gli elettori selezionano più candidati, in ordine di preferenza. Se nessun candidato riceve almeno il 50% dei voti nel primo turno, i voti del candidato arrivato per ultimo vengono ridistribuiti per preferenza dell’elettore al secondo candidato che ha preso più voti. In un tale sistema, vince necessariamente chi ha il programma in grado di attrarre il più largo numero di elettori possibile.

Gehl e Porter non sono convinti, tuttavia, che i soldi in politica siano la radice dei problemi del Paese. “Se elimini la variabile finanziaria dalla politica senza cambiare le regole del gioco, renderai semplicemente più economico per coloro che utilizzano il sistema esistente ottenere i risultati egoistici che desiderano. E finiresti comunque per non introdurre nessuno degli incentivi a fornire soluzioni ai problemi degli americani”, dice Gehl. “Anzi, crediamo che ci siano vantaggi nell’aumentare il potere dei donatori più piccoli”.

Dovremmo notare che la maggior parte delle idee presentate da Gehl e Porter non sono poi così nuove, per chi segue anche solo un po’ la riforma elettorale. I due comunque rimangono ottimisti sul fatto che i tempi stiano cambiando, evidenziando il successo degli sforzi per istituire il voto di preferenza con “classifica” nel Maine e le primarie apartitiche in diversi stati. “Notiamo in America una crescente consapevolezza che il sistema attuale non sta funzionando per il nostro paese”, afferma Porter. “E penso che la generazione più giovane, i millennial, siano particolarmente indignati, preoccupati ed aperti a nuove idee”.

Spero solo non vada a finire come il Movimento 5 Stelle in Italia.

Commenti

  1. Trapanator ha detto:

    Riguardo ai 5 stelle, ho trovato un editoriale interessante su Vita Trentina. Cito:

    “…I suoi problemi sono altri. I Cinque Stelle non hanno una vita di base, non hanno partecipazione che non sia elettorale, vuoi esterna nelle urne, vuoi interna su piattaforme più o meno convincenti, dunque non si vede perché quegli iscritti che si limitano a votare dovrebbero porsi problemi su come viene gestito un vertice a cui si affidano fideisticamente. Non fosse così, non si assisterebbe sempre a votazioni on line in cui quelli che partecipano (non proprio a ranghi serrati) approvano a grande maggioranza per la pietanza che è stata preparata per loro dai vertici.

    Semmai il problema, in questo caso come per gran parte dei partiti, è lo spegnersi nell’opinione pubblica degli ardori per le promesse demagogiche di riforme radicali: un fenomeno che sta facendo crescere l’astensionismo, mentre i partiti insistono nella ricerca di nuove proposte mirabolanti. È questo che porta al continuo fiorire di ricette parolaie nel tentativo di riconquistare l’attenzione di un Paese sfibrato da due anni di pandemia che per il momento sembra concentrarsi solo sull’uscita dalle restrizioni sanitarie. Così ci si spinge sul sempiterno ricorso alla promessa di bonus e cose simili: per sostenere questo e quell’altro, per contenere il caro bollette, e via dicendo…”

    Il resto è interessante e si può continuare a leggere qui.

    1. camu ha detto:

      Bellissimo intervento, l’ho letto molto volentieri. Lo tradurrò con Google per mandarlo ad un mio collega americano che è un fan “sfegatato” dell’equivalente a stelle e strisce del M5S. Proprio perché sono conscio delle debolezze strutturali di questi nuovi partiti (come le descrive in maniera chiara e comprensibile l’articolo che citi), non riesco ad entusiasmarmi più di tanto come fa il mio collega. Ma allora la mia domanda è: come facciamo ad uscirne? O siamo destinati a vivere in questo limbo per sempre?

      1. Trapanator ha detto:

        Beh, nessuno ha la sfera di cristallo 😀

        Ti passo anche quest’altro articolo che parla delle elezioni presidenziali in Corea del sud, dove uno dei candidati è… un avatar. Tanto per dire che la crisi è anche lì.

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