due chiacchiere

La formazione italiana che avanza

Il supermercato dove vado a prendere la spesa che ordiniamo tramite il computer si trova a circa 20 minuti da casa nostra. Il che vuol dire che, per ora che continuo a lavorare da casa, è una delle poche occasioni che ho per poter ascoltare i podcast a cui sono abbonato. In genere la mia scelta ricade su Focus Economia di Sebastiano Barisoni, ed in particolare sulla puntata del venerdì, quando racconta casi di ruberie, malasanità e cattiva amministrazione pescati dalla cronaca nazionale. Al fine di fornire un gastroprotettore virtuale agli ascoltatori, dopo aver snocciolato le varie notizie, il buon Barisoni conclude il segmento parlando di un’iniziativa positiva o di una qualche azienda giovane che prova a farsi strada nel panorama nazionale. Qualche settimana fa parlavano degli ITS, Istituti Tecnici Superiori, da non confondere con le scuole superiori con lo stesso nome. Per me è stata l’occasione per imparare una cosa nuova, dato che non ero a conoscenza di questa recente realtà didattica. Chissà, se fossero esistiti ai miei tempi, forse oggi non sarei qui in America.

Ma partiamo dall’inizio. Stando a quanto riporta Wikipedia

Un istituto tecnico superiore è un tipo di scuola italiana di alta specializzazione tecnologica nato nel 2010, ovvero un ente di formazione di livello post-secondario non universitario, a cui possono accedere coloro i quali sono in possesso di un diploma di scuola superiore di secondo grado. Rappresenta in definitiva un livello di formazione terziaria con scopo professionalizzante. Forma figure denominate “tecnici superiori” che sono specializzati in determinate aree tecnologiche. [..] Gli ITS sono stati la prima esperienza in Italia di un’offerta formativa post-secondaria non universitaria professionalizzante simile ad alcune realtà europee, quali le Fachhochschule (trad. “scuola di alta formazione”) tedesche o il Brevet Technicien Supérieur (trad. “licenza di tecnico superiore”) francese.

Qui in America questa tipologia di scuole post-secondarie esiste da parecchio tempo, sotto il nome di vocational schools. Tramite varie collaborazioni, gli studenti possono entrare a far parte dell’esercito o cominciare ad accumulare crediti formativi già dalle scuole superiori, tramite un programma nazionale gestito dalla Middle States Association of Colleges and Schools Commission, a cui partecipa anche l’università dove lavoro. A cadenza regolare, tutte le istituzioni che vi partecipano si sottopongono ad una serie di analisi, che hanno il compito di misurare il livello di conformità dei vari parametri (accademico, finanziario, legislativo) agli standard dell’associazione. In Italia, da quello che ho avuto modo di capire, non esiste ancora un’equipollenza che consenta agli studenti di farsi riconoscere crediti formativi, se decidono di passare, che so, ad un corso di laurea vero e proprio, o viceversa.

Sono contento di vedere che si stiano concretizzando realtà più vicine al mondo del lavoro, in grado di offrire una formazione che si possa mettere in pratica subito. Ricordo ancora quando m’iscrissi al corso di laurea in Informatica a Pisa nel lontano 1992 (accidenti, sono già passati 30 anni?), il mio era il primo anno in cui gli studenti avevano la possibilità di scrivere codice in linguaggi più contemporanei, mentre fino all’anno prima era tutto basato sulla teoria e linguaggi tipo Lisp. Pensa, una mia amica di un paio d’anni più grande, iscritta a Scienze dell’Informazione, non aveva mai aperto un computer in vita sua. Molti dei corsi che mi toccò studiare all’epoca erano inutilmente troppo teorici, e sebbene qualche concetto mi sia stato utile nella vita lavorativa quotidiana, la maggior parte di quelle nozioni sono state solo tempo sprecato. Quindi ben venga un’iniziativa come gli ITS, specialmente nell’ambito di una congiuntura economica come quella che stiamo affrontando oggi. Perché, diciamocelo chiaramente, l’agognato pezzo di carta tanto caro ai nostri genitori, oramai ha perso quel lustro e valore che aveva una quarantina d’anni fa. Oggi le aziende cercano profili altamente specializzati, che sappiano dove mettere le mani sin da subito.

Commenti

  1. kOoLiNuS ha detto:

    Difficile “saper mettere le mani da subito” senza un opportuno processo di apprendimento.

    L’informatica moderna è una merda – per dirla dritta nei denti – dove è troppo facile prendere pezzi di codice a caso e poi ritrovarsi in inferni quali npm buttato giù da una libreria del cavolo (tra l’altro che eseguiva una banale operazione matematica) o più recentemente la debacle log4j.

    1. camu ha detto:

      Ti do perfettamente ragione, specialmente per quanto riguarda l’informatica. All’università ho avuto modo di lavorare con studenti assegnati al nostro ufficio per piccoli progetti, e davvero mi cascavano le braccia nel vedere che non avevano neppure le basi su certi concetti. Però è bello vedere che anche in Italia ci sono iniziative che tentano di “svecchiare” il sistema troppo teorico delle università, e dare a questi ragazzi qualche nozione pratica per mettersi subito al lavoro…

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