due chiacchiere

Voglio raccontarti una storia

Oggi voglio condividere le parole che Laurie Anderson ha scritto su un muro della sua mostra in un museo di Washington, D.C. che abbiamo visitato durante il nostro viaggio qualche mese fa. Parole che si leggono tutte d’un fiato sotto l’ombrellone, mentre la brezza trasporta la mente in mondi lontani e pieni di sensazioni ricche ed intense.

Voglio raccontarti la storia di una storia. Che comincia all’incirca nel periodo in cui ho scoperto che la maggior parte degli adulti non ha idea di cosa stia parlando. Era il centro dell’estate, io avevo dodici anni. Ero il tipo di ragazza che voleva sempre mettersi in mostra. Ho sette fratelli e sorelle, e mi perdevo sempre tra la folla. Avrei fatto qualsiasi cosa per ottenere un po’ d’attenzione. Così un giorno, mentre ero in piscina, decisi di fare un tuffo dal trampolino più alto. Il tipo di tuffo in cui ti senti per qualche istante magicamente sospesa a mezz’aria. E tutti ti guardano ed esclamano stupiti “Guarda com’è incredibile, stupenda!”

Non avevo mai fatto un tuffo del genere prima di quel momento. Ma pensai: “Non sarà mica così difficile. Basta fare una capriola e raddrizzarsi prima di entrare in acqua”. Così ho fatto. Peccato che mancai la piscina ed [bam] atterrai sul bordo di cemento spezzandomi la schiena. Trascorsi le settimane successive in trazione nel reparto di ortopedia pediatrica del nostro ospedale. Durante quel tempo non potevo muovermi o parlare. Era come se galleggiassi. Mi avevano messa nella stessa stanza in cui ricoveravano i bambini ustionati, montati su una specie di armatura rotante, quasi come polli arrosto o spiedini. Macchine che li facevano roteare per dare la possibilità alle infermiere di medicare le ustioni con degli strani liquidi freddi.

Poi un giorno uno dei dottori venne a trovarmi e mi disse che non sarei più stata in grado di camminare. E ricordo di aver pensato: “Questo tizio è fuori di testa! Chissà, forse non è neppure un medico. Chi lo sa? Certo che potrò camminare di nuovo. Devo solo concentrarmi e riuscire a ristabilire il contatto con i miei piedi. Convincerli a muoversi nuovamente”. La parte peggiore della mia permanenza in ospedale erano i volontari, che ogni santo pomeriggio venivano a leggermi qualcosa. Si appoggiavano al letto e mi urlavano “Ciao, Laurie!” come se stessero parlando ad una persona dura d’orecchio. Poi aprivano il libro e cominciavano: “Allora, dov’eravamo rimasti? Oh si! Il coniglio grigio stava saltellando giù per la strada. Tu lo sai dov’è andato? Beh, nessuno lo sa! Il contadino non lo sa. La moglie del contadino non lo sa”. Nessuno sapeva dove fosse andato il coniglio, ma a quasi tutti sembrava importare un sacco.

E dire che prima di quest’incidente leggevo libri come Il Racconto di Due Città di Dickens, e Delitto e Castigo di Dostoevskij, quindi le avventure del coniglio grigio erano per me una specie di lenta tortura. Per farla breve, dopo qualche tempo e tanta forza di volontà, riuscii a rialzarmi. Per due anni indossai una specie di armatura di metallo, e cominciai ad interessarmi di John F. Kennedy. Perché anche lui aveva problemi alla schiena. Ed era il Presidente. Anni dopo, quando qualcuno mi chiedeva com’era stata la mia infanzia, a volte raccontavo questa storia dell’ospedale. Un modo rapido per spiegare certi miei atteggiamenti, e di come avevo imparato a non fidarmi di certe persone. E di come era stato straziante il dover ascoltare quelle lunghe storie inutili, come quella che parlava del coniglio grigio.

Ma c’era sempre una strana sensazione in me, quando raccontavo questa storia, una sensazione che mi metteva molto a disagio. Come se mancasse qualcosa. Poi un giorno, mentre la snocciolavo a qualcuno, mi soffermai sulle armature rotanti in cui avevano infilato gli altri bimbi. Ed all’improvviso fu come essere di nuovo in ospedale, e ricordai finalmente quello che mancava nella mia storia. Erano i rumori in reparto di notte. I suoni dei bambini che piangevano e urlavano. Erano i suoni che facevano i bambini quando stavano andando in cielo. Il resto tornò violentemente a galla subito dopo: il forte odore di medicina, e l’odore di pelle bruciata. Avevo tanta paura. Perché alcuni letti erano vuoti la mattina dopo. E le infermiere non dicevano mai cos’era successo a quei bambini. Si limitavano solo a rifare i letti in silenzio ed a pulire in giro per il reparto.

La morale di questa storia è che fino a quel momento avevo raccontato quelle vicende solo dal mio punto di vista. Ed avevo dimenticato il resto. Avevo ripulito la mia storia in silenzio proprio come le infermiere. Ed è questo che penso sia la cosa più inquietante di ogni storia che raccontiamo. Cerchi di arrivare al punto, spesso su una cosa che hai imparato o un’esperienza che hai vissuto. Costruisci la tua storia e la perfezioni di volta in volta, e te ne prendi cura. Ma ogni volta che la racconti, finisci per dimenticarla un po’ di più.

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