La giornata lavorativa di Enrico volò in un baleno. Grazie anche al bel clima che da tempo s’era instaurato in ufficio, con i colleghi. C’era ad esempio Alessandro, un ragazzone dalla pelle olivastra, seguace della religione degli abbronzati, che approfittava di ogni occasione per potersi crogiolare un po’ al sole. Forse proprio l’esposizione prolungata gli donava, è proprio il caso di dirlo, un carattere solare, positivo, sempre pronto ad inventarne una nuova. Era con lui che Enrico condivideva l’ufficio, ed era grazie a lui che s’era potuto ambientare in quel contesto lavorativo. C’era poi Lionello, a due passi dalla pensione, che con Alessandro condivideva la passione per il calcio, e con il quale si lanciava in lunghe ed accese discussioni su questo o quel giocatore. Enrico, che per questo sport (e non solo) era stato sempre negato, li ascoltava con ammirazione, ed avrebbe dato chissà cosa per essere, almeno un po’, ben informato come loro. C’erano infine Marco e Dalila, marito e moglie nello stesso ufficio, per la serie ci si vede 24 ore su 24. Leggi il resto di Standing forward of the white line
Archivio degli articoli in biblioteca, pagina 18
As you surrender to her
Oggi Laura aveva il turno del mattino in ospedale. Mentre Enrico stava sotto la doccia, lei s’era vestita ed ora si truccava davanti allo specchio in camera da letto. L’idea di avere un mobiletto con sgabello e specchio le era sempre piaciuta, vista nei film tante e tante volte, e sperimentata di persona in un albergo di lusso qualche anno prima durante il viaggio di nozze. Così quando ne trovò una dalle misure adatte e dal colore appropriato all’Ikea, non se lo fece ripetere due volte. Ci volle mezza giornata per montare tutti i pezzi, ma alla fine ne era valsa proprio la pena. Un angolo in cui poteva coccolarsi pettinandosi anche per mezz’ora, dopo una giornata dura e faticosa. Ma erano già le sette e quaranta, ed in mezz’ora avrebbe dovuto timbrare il cartellino, quindi non indugiò oltre. Con lo scooter c’avrebbe messo una decina di minuti, anche perché l’ospedale era fuori città, quindi non si sarebbe neppure dovuta infilare nel traffico mattutino. Leggi il resto di As you surrender to her
Un racconto nato da un sogno
L’altra notte ho sognato un nuovo capitolo di un racconto che il mio cervello sembra aver costruito in maniera del tutto indipendente ed autonoma. Già, mi sta capitando ultimamente di essere spettatore di una storia messa in scena, a puntate, dalla mia mente. A differenza dei telefilm, non mi è dato sapere quando il mio alter ego decide di mandare in onda una nuova puntata, quindi è sempre una piacevole sorpresa, specialmente se le immagini riescono ad imprimersi quel tanto che basta a poterle ricordare anche dopo aver aperto gli occhi. Così ho deciso di trascrivere questi spezzoni qui sul blog, attaccando le parti oniriche con una colla razionale, ricostruendo i pezzi mancanti e, come cantava qualcuno, cercando di dare un senso a questa storia. Anche se un senso, forse, questa storia non ce l’ha. Le “puntate” non avranno un ordine sequenziale e neppure una cadenza specifica, per preservare quel retrogusto onirico da cui tutto ha avuto origine. Buona lettura. Leggi il resto di Un racconto nato da un sogno
I mestieri dello zio Tom
L’estate sta finendo, cantavano i Righeira quand’io ero ancora un giovane virgulto. La stessa cosa si potrebbe dire quest’anno, in cui le temperature altalenanti fanno sembrare questa stagione tutt’altro che associabile con mare, vacanze e divertimento. Ma sole o pioggia che sia, è comunque il tempo di dare una sistematina alla casa: tinteggiare quella parete annerita della cucina, cambiare il vecchio lavandino del bagno o il rubinetto che gocciola, abbellire il prato fuori casa con qualche aiuola o alberello nuovo. E così apri le Pagine Gialle e scorri con il dito nelle relative categorie. L’inglese, in questo senso, facilita abbastanza il compito: spesso basta aggiungere la desinenza -er ad un sostantivo o ad un verbo per ottenere il mestiere corrispondente. Vediamo alcuni esempi: to build, costruire, è associato al builder; to move, traslocare, invece è svolto dal mover; il landscape della tua villetta è curato dal landscaper. Leggi il resto di I mestieri dello zio Tom
Appesi alle frequentazioni
Oggi prendo spunto dai miei “partner” di Il Mio Inglese, per discutere i vari usi di una parola che, devo ammettere, m’era poco familiare prima di approdare sulle coste americane dell’Atlantico: hang. Se è usata come verbo significa appendere, attaccare ad un supporto elevato da terra. Ma gli usi figurati spaziano dalle amicizie al telefono. Se la zia, guardando fuori dalla finestra, ti chiede Have you seen little Dave? puoi rispondere che He is hanging out with the next door kid. Che in Italiano potremmo tradurre sia con un’accezione negativa (ciondolare) che positiva (passare del tempo insieme). Se invece sei seduto come passeggero sulla moto del tuo amico spericolato, prima di accelerare bruscamente ti avviserà con hang on, tieniti forte. A volte quest’ultimo si può scambiare con hold on tight, non penso ci siano casi specifici in cui debba essere usata la prima forma e casi in cui serva la seconda. La stessa esatta espressione, però, è usata in modo figurato al telefono, ad esempio, quando l’interlocutore ti chiede di aspettare in linea. Sempre al telefono, si può invece “appendere” la cornetta alla fine della conversazione con hang up (come cantava anche Madonna qualche anno fa).
Commutare e tirare in inglese
Lo spunto per la puntata di oggi sulle “incursioni nell’inglese” mi viene da un podcast che ascolto di tanto in tanto sull’autobus mentre torno a casa. L’altro giorno si parlava del verbo to commute, e della sua origine. In Italiano, che non è una lingua basata sul lavoro, non esiste la traduzione tramite un verbo corrispondente. Si può usare l’espressione “recarsi al lavoro con un qualsiasi mezzo di locomozione”, per rendere l’idea. Originariamente il significato era equivalente a commutare, verbo che persino nella lingua del Belpaese è caduto oramai in disuso. E voleva intendere, appunto, tramutare o scambiare qualcosa con qualcos’altro. In particolare si usava per “commutare” una quota di denaro in un abbonamento mensile per l’autobus o il treno. Poco a poco, l’espressione è stata associata dunque al tragitto quotidiano casa-lavoro, the commute. Il verbo è diventato anche un sostantivo per indicare colui che compie l’azione, the commuter. Leggi il resto di Commutare e tirare in inglese
I meccanici non servono più…
Ogni giovedì, nella zona dove abitiamo, distribuiscono un giornale gratuito che parla dei fatti locali. Anche in Italia, ricordo, era diffuso nella città dove abitavo. Qui lo consegnano ancora come si vede in certi film, con il ragazzo che passa la mattina e lo tira sul vialetto di casa. Non più in bici, ma ovviamente motorizzato in macchina, generalmente con un amico che guida. Io che esco di casa alle 7, trovo già il giornale per terra, e lo porto con me sull’autobus mentre mi reco al lavoro. Mi piace leggere l’articolo che ogni settimana l’opinionista quasi novantenne propone ai suoi lettori. Il simpatico Flynn a volte parla della sua famiglia, altre dei tempi in cui lui era giovane, altre ancora dell’attualità. Oggi ti propongo quello della settimana scorsa, non tradotto, per far allenare un po’ il tuo inglese. Sembra lungo, ma t’assicuro che dice cose che ti faranno riflettere! Se hai dubbi su specifiche espressioni o modi di dire, fai pure le tue domande nei commenti 😉 Leggi il resto di I meccanici non servono più…
Parla con la mia mano
Solo chi ha superato la soglia degli ‘enta, mi rendo conto, ha potuto apprezzare all’epoca direttamente sullo schermo di un cinema, uno dei capolavori americani della fantascienza: Terminator. In cui il mitico governatore della California, all’epoca tutto muscoli e mascella, in una scena diceva al nemico di turno talk to the hand. Un modo di dire che non s’usa più, ma che all’epoca voleva intendere qualcosa tipo “non ho voglia di starti a sentire in questo momento, quindi se proprio vuoi continuare a parlare, dialoga con la mia mano” 🙂 Ed oggi proprio dei modi di dire (sayings, appunto) voglio parlare nel mio appuntamento periodico con l’inglese. Rimanendo in tema di chiacchiere, se vuoi lasciar intendere al tuo interlocutore di togliersi dalle scatole, dopo avergli gentilmente detto di interloquire con la tua mano, gli dirai get lost, o se proprio l’irritazione ha raggiunto il limite, go to hell. L’inferno, specificatamente, è un intercalare rafforzativo che troviamo in altre espressioni: shut the hell up, what the hell are you doing (o la versione politically correct, what the heck are you doing). Leggi il resto di Parla con la mia mano