Non faceva ancora quel caldo afoso tipico dell’estate in tante parti d’Italia, ma le temperature più che primaverili, quest’anno, non promettevano nessuno sconto. Per fortuna era arrivato il fine settimana. Si prospettava un lungo e piacevole ponte lavorativo: la festa della Liberazione era tradizione che Laura ed Enrico si organizzassero con i loro amici per andare a passare una bella giornata fuori porta. Il meteo, anche quest’anno, anzi decisamente quest’anno, sembrava dalla loro parte. C’era una riserva privata, ad una mezz’oretta di macchina dalla città, che avevano eletto a loro posto “ufficiale” per queste occasioni. Un immenso prato verde si distendeva tra le colline piene di alberi e vegetazione selvaggia, e lungo la strada per inerpicarsi verso questo angolo di paradiso, si poteva osservare l’intera città sdraiata sonnecchiante sulla valle sottostante. Trattandosi di una meta molto gettonata, che attraeva gente da tutti i paesini del circondario, cercavano sempre di partire presto, così da accaparrarsi uno dei tavolacci in legno sparsi sotto gli alberi, possibilmente non distante dalle griglie. Leggi il resto di Thank God it’s Friday
Archivio degli articoli in biblioteca, pagina 17
Le curiose parole inglesi
Ci sono parole, nella lingua americana, che quasi mai s’imparano a scuola o si usano nelle conversazioni comuni “da turisti” quando ci si trova all’estero, e che quindi non fanno parte del vocabolario di base di chi conosce l’inglese. Proprio per questo ho pensato di andare a spulciare nei meandri della lingua a stelle e strisce, per darti l’opportunità di scoprire queste “curiose” nuove parole. Come ad esempio sap, che in Italia è un famoso programma gestionale usato da grandi aziende internazionali, mentre qui è più umilmente la linfa prodotta dagli alberi, quella sostanza appiccicosa che ogni tanto ti sarà capitato di toccare andando in campagna. Oppure gunk (slime, sludge, goo, gook), in genere riferito ad un qualche liquido viscoso, melmoso o appiccicoso che fa abbastanza schifo. Leggi il resto di Le curiose parole inglesi
Do not back up
Giacomo era proprio una di quelle persone che tutti vorrebbero avere come amico, sia uomini che donne. Con entrambi i sessi sapeva essere “cool” al punto giusto, il suo orientamento sessuale non appesantiva mai le relazioni, il suo essere gay non era mai messo in mostra. Con Enrico s’erano conosciuti alle scuole superiori, e da allora erano sempre stati buoni amici. Era stato persino il suo testimone di nozze, il che aveva voluto dire per Enrico dover rompere la regola dettata dalla tradizione, secondo cui i testimoni sono sempre sorelle e fratelli. Ma per lui era più importante il legame vero con l’amico, che quello imposto dalla parentela. D’altro canto Giacomo era un po’ colui che l’aveva “svezzato”, che proprio negli anni dell’adolescenza gli era stato vicino nei momenti difficili di quest’età. Gli aveva insegnato l’arte di corteggiare le donne, gli aveva fatto fumare il primo spinello, l’aveva persino portato sulla tangenziale una notte in cui erano entrambi ubriachi fradici. Insomma, insieme avevano imparato a gustarsi ogni momento che la vita regalava loro. Leggi il resto di Do not back up
Remain seated and don’t talk
Giacomo ed Enrico s’incontrarono all’ora stabilita sotto la statua di Garibaldi, nella piazzetta a due passi dal bar Ulisse, che aveva i migliori stuzzichini del circondario. Nel vicolo laterale erano stati disposti tutti i tavolini ed i vassoi con patatine, noccioline ed altra roba appositamente studiata per accrescere la sete dei clienti. Ne individuarono uno un po’ in disparte e lo occuparono, mentre Giacomo andava ad ordinare qualcosa per entrambi: già, probabilmente per risparmiare ed aumentare i guadagni, il gestore del bar aveva eliminato le cameriere, e la bevanda te la dovevi andare a prendere direttamente al bancone. Non c’era una vera e propria fila, le persone erano disordinatamente disposte intorno alla cassa, facendosi avanti un po’ a casaccio. Per sé prese un Cuba Libre con Vodka, un drink di quelli oramai fuori moda da un pezzo, mentre per Enrico ordinò una Ceres, che veniva accompagnata da un po’ di sale ed una fettina di limone. S’erano sempre chiesti se davvero in Sud America la bevevano così, assieme alla Tequila. Leggi il resto di Remain seated and don’t talk
Almost perfect
La primavera era arrivata oramai da un po’, e quest’anno il meteo sembrava inclinato a regalare già dalle prime settimane di Aprile, giornate tiepide ed assolate. Quelle in cui fa piacere sedersi fuori, ai tavolini del bar, a consumare una bella insalata durante la pausa pranzo, o a sorseggiare un Martini alla 007 all’imbrunire (o sarebbe meglio dire all’after hours, giusto per sembrare più al passo con i tempi) con qualche amico. Quella sera, Enrico non aveva il corso in piscina, l’istruttore aveva chiesto di spostare la lezione per via di alcune gare regionali in cui era impegnato con i suoi allievi migliori. Così decise di mandare un messaggio a Giacomo, che lavorava in centro, per vedere se gli andava di fare due chiacchiere davanti a due patatine e qualche tramezzino al tonno. Il cellulare vibrò dopo qualche minuto: era Giacomo che confermava volentieri l’invito. Al lavoro era stata una giornata piatta, Alessandro non s’era visto sin dalla mattina, impegnato a seguire un nuovo progetto presso l’altra sede aziendale. Così Enrico non vedeva l’ora di timbrare il cartellino e dedicare un po’ di tempo a se stesso. Leggi il resto di Almost perfect
La barzelletta zozza del sabato
Oggi la mia incursione nella lingua inglese prende una piega un po’ osé: è una barzelletta (che lascerò rigorosamente nella sua versione originale) tratta da Maxim di qualche mese fa. A parte il contenuto, vorrei mettere in evidenza alcune particolarità grammaticali: in inglese la H non è “muta” come in italiano, ma si pronuncia espirando la vocale che segue. Inoltre viene quasi sempre trattata come una consonante, quindi l’articolo indeterminativo che precede è a, non an: a husband, a house, a hospital. Altra cosa: TV è un’abbreviazione per television, e quindi va scritto con entrambe le lettere in maiuscolo. Già, gli americani adorano le lettere maiuscole: lo si vede spesso nei titoli dei giornali, dove la prima lettera di ogni parola è rigorosamente in maiuscolo. Infine un cenno per la parola bunch: letteralmente significa mazzetto (a bunch of parsley, a bunch of roses), ma è spesso usata in senso figurato, per intendere una manciata, un mucchio. A bunch of crap dunque non è altro che un mucchio di fesserie. Leggi il resto di La barzelletta zozza del sabato
Standing forward of the white line
La giornata lavorativa di Enrico volò in un baleno. Grazie anche al bel clima che da tempo s’era instaurato in ufficio, con i colleghi. C’era ad esempio Alessandro, un ragazzone dalla pelle olivastra, seguace della religione degli abbronzati, che approfittava di ogni occasione per potersi crogiolare un po’ al sole. Forse proprio l’esposizione prolungata gli donava, è proprio il caso di dirlo, un carattere solare, positivo, sempre pronto ad inventarne una nuova. Era con lui che Enrico condivideva l’ufficio, ed era grazie a lui che s’era potuto ambientare in quel contesto lavorativo. C’era poi Lionello, a due passi dalla pensione, che con Alessandro condivideva la passione per il calcio, e con il quale si lanciava in lunghe ed accese discussioni su questo o quel giocatore. Enrico, che per questo sport (e non solo) era stato sempre negato, li ascoltava con ammirazione, ed avrebbe dato chissà cosa per essere, almeno un po’, ben informato come loro. C’erano infine Marco e Dalila, marito e moglie nello stesso ufficio, per la serie ci si vede 24 ore su 24. Leggi il resto di Standing forward of the white line
As you surrender to her
Oggi Laura aveva il turno del mattino in ospedale. Mentre Enrico stava sotto la doccia, lei s’era vestita ed ora si truccava davanti allo specchio in camera da letto. L’idea di avere un mobiletto con sgabello e specchio le era sempre piaciuta, vista nei film tante e tante volte, e sperimentata di persona in un albergo di lusso qualche anno prima durante il viaggio di nozze. Così quando ne trovò una dalle misure adatte e dal colore appropriato all’Ikea, non se lo fece ripetere due volte. Ci volle mezza giornata per montare tutti i pezzi, ma alla fine ne era valsa proprio la pena. Un angolo in cui poteva coccolarsi pettinandosi anche per mezz’ora, dopo una giornata dura e faticosa. Ma erano già le sette e quaranta, ed in mezz’ora avrebbe dovuto timbrare il cartellino, quindi non indugiò oltre. Con lo scooter c’avrebbe messo una decina di minuti, anche perché l’ospedale era fuori città, quindi non si sarebbe neppure dovuta infilare nel traffico mattutino. Leggi il resto di As you surrender to her