due chiacchiere

Una indigestione di contenuti

Parte del problema nel gestire i contenuti di un sito aziendale di una certa dimensione, è proprio la sua stessa mole: troppa informazione, spesso stratificata in anni di aggiornamenti, cambiamenti, ridefinizioni, e via dicendo. Mai nessuno s’è posto il problema di rivedere intere sezioni del sito, per capire cosa è ancora utile, e cosa invece sarebbe meglio mandare in pensione. Un’esperienza che, ad esempio, sto vivendo proprio in questi mesi con il sito dell’università dove lavoro: una stima grossolana fatta a colpi di comandi di shell, riporta che ci sono circa 20 mila pagine, tutte “rigorosamente” statiche (niente CMS, niente PHP, neppure uno straccio di CGI, solo un hairball di pagine HTML all’antica) di cui più o meno la metà è stata aggiornata per l’ultima volta più di due anni fa. Tutta roba buttata sul sito per richiesta di qualche dirigente, ma che nessuno s’è mai preso la briga di leggere e rivedere. Il mio lavoro, tra le altre cose, consiste proprio nel districare questa matassa, proponendo ed implementando approcci più organici per il futuro.

Ma perché si finisce per avere questo blob informe di contenuti? A mio parere possiamo identificare almeno tre motivi:

  • la paura di dimenticare qualcosa: mettendo tutto online, questi sciagurati pensano che gli utenti saranno in grado di trovare una risposta a qualsiasi loro esigenza. Ma il risultato che si ottiene è esattamente il contrario. Con così tanti documenti disponibili, è proprio difficile reperire l’informazione desiderata districandosi in quel groviglio di collegamenti e disorganizzazione.
  • la paura che gli utenti non capiscano: spesso si tende a dipingere il visitatore medio come un povero essere sottosviluppato a cui bisogna spiegare  ogni singolo dettaglio in maniera esaustiva e quasi snervante. Ma quanti hanno mai letto le lunghissime “condizioni generali di servizio” ogni volta che bisogna sottoscrivere un qualcosa in rete? Il visitatore è pigro, ma non stupido.
  • un desiderio disperato di convincere qualcuno: specialmente nel caso di aziende che vendono un prodotto, l’essere logorroici dimostra soltanto la disperazione di chi gestisce il sito. Il testo subisce una mutazione genetica in chiacchiere da marketing, che notoriamente forniscono ben poca informazione utile e reale. In altre parole, tutto fumo e niente arrosto.

Uno dei libri che ho sfogliato di recente s’intitola Don’t make me think, scritto da Steve Krug. Dice un sacco di cose interessanti su come semplificare l’interazione con i propri visitatori, ed una di queste è proprio il suggerimento di dimezzare il contenuto di tutte le pagine, poi fare una ripassata e ripetere il procedimento. L’obiettivo finale è quello di ridurre al minimo il rumore di fondo, che in rete è particolarmente pronunciato, grazie ai contenuti (inutili) generati da molti utenti. Mettendo in risalto quello che conta davvero. Insomma, va bene che Content is the king, ma il re non deve per forza essere obeso.

Commenti

  1. hermansji ha detto:

    Interessante riflessione, io, però, consiglio di leggerle sempre “le lunghissime “condizioni generali di servizio” 😉 . A volte non è “la paura che gli utenti non capiscano” ma quella di dover separare la titolarità del servizio dal ginepraio di problemi causati dall’uso disinvolto che è stato fatto di quel servizio 😀
    .:.

  2. Francesco Gavello ha detto:

    “Less is more” come diceva qualcuno. 😉

    Concordo in pieno: l’essere logorroici non ha più senso nella quasi totalità dei casi (tranne appunto l’esempio qui sopra riguardo il burocratese dei termini di licenza).

    Sui puri contenuti, saper essere concisi è un’abilità da non sottovalutare.

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