Sono Ines
Ines Alvarez
Così sono stata chiamata
Sono bruna
Ho 25 anni
Ed un Q.I. da far impallidire Einstein,
Almeno così mi dice il mio creatore.
Robert
È lui il mio grande amore
È per me tutto
Un papà
Il mio uomo
Il mio mentore.
Sono Ines
Ines Alvarez
Così sono stata chiamata
Sono bruna
Ho 25 anni
Ed un Q.I. da far impallidire Einstein,
Almeno così mi dice il mio creatore.
Robert
È lui il mio grande amore
È per me tutto
Un papà
Il mio uomo
Il mio mentore.
Qualcuno potrà pensare che il post di oggi sia la dimostrazione definitiva che io mi sia bevuto il cervello. Ed invece è la dimostrazione che io non sono ciecamente fedele ad un’ideologia o ad un partito: io voto sui programmi e sulle azioni concrete. Oggi vorrei togliermi un paio di sassolini dalla scarpa su alcune proposte fatte circolare dal governo italiano in merito alle auto elettriche: “Tecnici del Mef al lavoro per una strategia destinata a traslare la tassazione dai carburanti ambientalmente dannosi ai nuovi propulsori green”. Ma come, invece che seguire l’esempio cinese, che da decenni pompa sussidi statali per incentivare la transizione ecologica, l’occidente studia modi per spremere gli acquirenti di queste tecnologie come un limone?
Ma scusate, allora a che cavolo servono i grandi proclami fatti dai parrucconi di tutto il mondo alle riunioni della COP? (che non è il supermercato sotto casa) Per carità, anche il Paese a stelle e strisce soffre di memoria corta: quando Trump, da presidente, impose pesanti dazi sulle auto elettriche cinesi, eravamo tutti a strapparci i capelli per questa decisione scellerata. Ora Biden fa pure di peggio (dazi del 100%, una cosa assurda) ed i giornali neppure ne parlano, e le promesse alla COP sono solo un lontano ricordo, tutto in nome del solito portafogli. Leggi il resto di Tassare la transizione ecologica
Un paio di mesi fa commentavo i fatti incresciosi di Pisa, in cui un gruppo di studenti era stato preso a manganellate da alcuni teste calde all’interno del corpo di polizia. In quel contesto, Aldo ha lasciato un commento in cui mi segnalava un articolo del Corriere che condivide l’esperienza woke di una ricercatrice italiana a New York. Così, dopo aver parlato di Mary Poppins e degli arresti nei campus americani, volevo concludere la settimana con una riflessione su questo fenomeno a stelle e strisce. Già, la tanto emancipata Grande Mela, quella che ha fatto da sfondo ad innumerevoli film, è oramai diventata un incubatore per estremisti del politicamente corretto, un posto dove i bianchi devono espiare le proprie colpe per come hanno trattato i neri d’America negli scorsi duecento anni. Io oramai manco dalla città da quattro anni, ma già all’epoca dovevo stare bene attento a come mi esprimevo, per non finire nei guai con un qualche collega che poteva farmi rapporto presso l’ufficio personale. In un paio di occasioni ho avuto conversazioni con gente che considerava Cristoforo Colombo un assassino da cancellare dai libri di storia, ed ho dovuto fare l’equilibrista su quello che rispondevo. Leggi il resto di Dentro la dittatura woke: sono bianco e devo scusarmi
C’è una storia che sa tanto di usa e getta, come quelle vecchie cuffie che compravamo al negozio sotto casa e si rompevano dopo una settimana. Zelensky, il presidente dell’Ucraina, si sente come se fosse stato piantato in asso dagli Stati Uniti in mezzo al guado con le mani legate, in attesa di un finale che potrebbe trasformarsi in tragedia. Due anni fa il mondo intero, capeggiato dagli americani poliziotti, prometteva aiuti e supporto illimitato all’Ucraina. Ed ora che la situazione si fa calda, cosa succede? Zelensky si ritrova da solo, senza neanche un fucile giocattolo per difendersi. D’altro canto, come ci hanno insegnato a scuola, la storia si ripete sempre: come nel 1956, quando l’Ungheria fu lasciata al suo destino dopo tante promesse dall’occidente. O come nel 1975, quando hanno fatto lo stesso scherzetto ai poveri vietnamiti del sud. Gli americani, ora me ne rendo conto più che mai, sono maestri nel promettere il paradiso e poi sparire nel momento del bisogno. Leggi il resto di Zelensky USA e getta
I più maliziosi potranno pensare che in questi giorni non ho parlato del 25 aprile e delle solite ritrite polemiche intorno alla Festa della Liberazione italiana per il semplice fatto di essere vicino a Fratelli d’Italia, e quindi di conseguenza un simpatizzante del fascismo. Il che vorrebbe dire che per me questa commemorazione della sconfitta di Mussolini sarebbe un qualcosa di intollerabile. La verità è che non ne ho parlato perché per me non ha senso fare alcuna polemica su una data così importante nella nostra storia nazionale. Nel Paese a stelle e strisce, ad esempio, nessuno si sogna di far polemica sul 4 luglio: pur nella polarizzazione estrema in cui si trova la società americana, quel giorno è vissuto come un momento di unità nazionale. Il nostro problema è che non abbiamo mai fatto veramente i conti con quel passato, non c’è mai stata una vera Norimberga italiana con cui chiudere definitivamente quel capitolo buio della nostra storia, ed allora la polemica continua a trascinarsi come uno zombie che di anno in anno esce dalla sua cripta per poi tornarci a fine giornata. Leggi il resto di Quanta caciara sul 25 aprile
Dunque pare che Mario Draghi voglia tornare in Europa. Dopo essere stato governatore della Banca Centrale Europea e Presidente del Consiglio, non sembra voler ancora tirare i remi in barca, anzi stando a sua moglie, non vede l’ora di rimettersi al lavoro. Qualche giorno fa è stato invitato a parlare alla Conferenza High-level sul pilastro europeo dei Diritti Sociali, ed ha presentato un bellissimo rapporto che, a parere di molti, rappresenta il suo manifesto semi-ufficiale per la candidatura a sostituire la Von der Leyen alla presidenza dell’Europa quest’autunno.
A me quest’uomo è sempre piaciuto, anche prima del celeberrimo Whatever it takes, in cui mostrò i muscoli per salvare la solidità finanziaria del Vecchio Continente. Super Mario mi fa sentire orgoglioso di essere italiano, a dirla tutta. Ed il suo recente discorso mi trova pienamente d’accordo: da euroscettico, ho sempre criticato non tanto l’idea di Europa, ma piuttosto il modo in cui quest’idea è stata implementata. E finché lo dice un povero rimbambito come me, passi. Ma se a criticare l’impalcatura europea è Draghi, che certo ne capisce un filino più del sottoscritto, allora vuol dire che così rimbambito poi non sono. Eccoti dunque il video dell’intervento (in inglese) per intero, accompagnato dalla traduzione in italiano. Leggi il resto di L’Europa di Mario Draghi
Visto l’esperimento di qualche mese fa, in cui ho condiviso come ChatGPT ha riscritto il mio racconto distopico, oggi ho voluto provare a chiedere all’intelligenza artificiale di scrivere una breve storia per romanzare il mio sogno nel cassetto per quando arriverà il mio momento di andare in pensione. Certo, in questi circa quindici anni di cose ne potranno cambiare parecchie, specialmente seguendo con la mente la traiettoria del nostro passato più recente, ma tutto sommato sognare non costa nulla, e mi fornisce quella spinta quotidiana ad andare avanti. Poi c’è sempre la speranza che mi mettono addosso i miei vicini di casa virtuali, quando raccontano delle loro avventure in cerca di fortuna in altri Paesi. Già, perché il sogno nel cassetto a cui mi riferisco è quello di poter andare a passare gli anni del riposo in un Paese tranquillo, lontano da guerre, polarizzazioni estreme e vita stressante in generale. Leggi il resto di Un nuovo inizio nella terra della pura vida
Da ben prima che Matteo Salvini e Donald Trump ne facessero uno slogan da campagna elettorale, io ho sempre sostenuto che aiutarli a casa loro fosse la cosa migliore da fare, ogni volta che viene fuori l’argomento sugli immigrati che fuggono dalle loro terre martoriate. E questo vale sia per i siriani in Europa che per i venezuelani qui negli Stati Uniti. Le terre martoriate da cui fuggono queste persone sono il frutto di secoli di colonialismo sfrenato da parte di Francia ed Inghilterra, non c’è dubbio. Per questo sono rimasto piacevolmente sorpreso quando ho letto che il governo italiano ha deciso di proporre un’iniziativa che va proprio in questa direzione, il cosiddetto Piano Mattei. Che di fatto mi dà ragione su quello che dico da tempo a quelli che puntano il dito contro la Nuova Via della Seta cinese, etichettandolo come un semplice piano di sfruttamento delle risorse locali. Per lo meno la Cina va a costruire scuole ed infrastrutture, invece che presentarsi con fucili in mano come abbiamo fatto noi occidentali, con la scusa di esportare democrazia e civiltà. Leggi il resto di Il Piano Mattei per aiutare l’Africa